Giuliano Taviani, dal punk al David di Donatello

0
giuliano taviani
Giuliano Taviani

Diversi ieri fa, Giuliano Taviani, quindicenne, musicò gli spettacoli di teatro di burattini che Francesco Munzi, anche lui ragazzino, aveva scritto per qualche festa di bambini. Se ne andavano in giro per Roma, insieme, d’estate, a fare i giullari: è così che è iniziata la loro collaborazione. Qualche giorno fa, Giuliano (classe 1969), che nel tempo è diventato uno dei nostri migliori compositori – soprattutto di colonne sonore cinematografiche (Boris, Figli delle Stelle, Cesare deve morire) – ha ritirato il David di Donatello per la migliore canzone originale di Anime nere, l’ultimo film di Munzi, appunto, che agli Oscar italiani di quest’anno ha fatto incetta di premi (miglior sceneggiatura, film, regia e un bel po’ di altri migliori).

Un verso di Giovanni Raboni dice: “c’è chi ignora e chi ha nel cuore la comunione dei vivi e dei morti”. Quella comunione è il dono e la grazia della canzone di Giuliano. “Doveva essere una tarantella, poi è diventata una cantilena”, ci racconta spiegandoci come ha lavorato a un progetto così ambizioso e così lontano dalla sua cultura musicale (il film di Munzi è una storia di ‘ndrangheta, ambientata nel cuore dell’Aspromonte, ad Africo), muovendosi quindi da straniero. Chi conosce la Calabria, ascoltando il pezzo, la riconoscerà. Chi non la conosce, ne troverà la suggestione, la sua asprezza nascosta che chiede dolcezza.

Cresciuto a pane e cinema (è figlio di Vittorio Taviani e nipote di Paolo, i fratelli del grande schermo), Giuliano ha iniziato a suonare da adolescente, per colpa del punk. Prima chitarra, poi canto jazz, poi composizione e quindi pianoforte. Al cinema ci è arrivato presto con Piccole Anime di Ciarrapico (1998) ed ha proseguito firmando le colonne sonore di ben 36 film e 22 tra documentari e cortometraggi. È convinto che un buon film rimanga un buon film, anche con una colonna sonora non proprio eccellente e, insieme, che una colonna sonora eccellente possa fare di un bel film un grande capolavoro.

La musica può aggiungere spessore, ma non deve aggiungersi al film: lavora a suo servizio, vi si integra o lavora di contrasto, come in Kubrick. Nelle musiche di Giuliano c’è una forte armonia tra queste due vocazioni ed è per questo che, oltre alla grazia di quella “comunione” di cui parlava Raboni, quel sentire forte ed empatico, la sua grande virtù risiede nella capacità di stare dietro le quinte, di scegliere il colore musicale per risaltare una storia e non sé stesso. Un autentico “regista musicale”.