Quer pasticciaccio der cinema Aquila

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Il panico nelle tante sedi capitoline fa scattare gli uomini e le donne del sindaco Marino al suono di due paroline due – mafia e coop. E facilmente fa loro adottare gesti inconsulti.

Dopo aver tolto una sala cinema ai gestori profit perchè inattiva, ora ne chiudono una social, attiva da più di un decennio. Stranissimo il caso del Nuovo Cinema Aquila, strappato ai suoi 11 dipendenti per andare a pubblica gara a luglio. In una città, colma di cinema abbandonati e occupati, l’Aquila è una struttura veramente de luxe, 3 cinesale, 319 posti, mille metri di superficie su 4 piani, bar, portoni in acciaio, vetrate, ascensori, arredamenti design, un frontone imponente e tutte le attrezzature di norma, che brilla tanto più per la zona periferica e malandata, del Prenestino, che lo ospita.

E’ anche l’unico caso di cinesala divenuta monumento antimafia da quando il Campidoglio espropriò l’originale ed abbandonato cinema porno anni ’70 perchè appartenuto alla banda della Magliana. A scoppio ritardato, nel 2004, venne requisito e ristrutturato per la bellezza di 2 milioni di euro sull’altare dell’aggregazione culturale di quartiere.

Da decenni un dissennato spirito di crociata, che non nega a niente l’epiteto di mafia, contrappone, come fossero partiti politici antagonisti, beneficienza e criminalità. Dalla legge 381/91, alla 109/96 al decreto 159\11 si è voluto affidare ogni business sequestrato alla mafia, a cooperative sociali nate con l’unico intento di trovare uno straccio di lavoro ad ex detenuti, handicappati e disagiati, senza badare al rapporto tra capacità e difficoltà di gestione.

Ne segue il prevedibile meccanismo della partecipazione di coop vidimate sociali, a gare di affido gratuito di beni profittevoli, magari di nicchia, ed alla successiva gestione di altri soggetti, consorziati, più capaci. Un male minore, nel mondo di ricatti, mazzette, corruzioni e concussioni e subcontrolli politici scoperchiati nella Mafia capitale del sindaco Marino; ma sempre un male  che evidenzia la follia di confondere profit e volontario; mercato e comitati più o meno politicizzati.

Tra fiumi di retorica sul cinema indipendente ed i biglietti comunque pagati per rassegne più o meno d’essai non si vede come una sala, anzi tre, di poltroncine di velluto rosso possano integrare le multiculturalità o coinvolgere i giovani di strada. E’ un cinema; e si paga il biglietto per vedervi i film proiettati.

All’improvviso l’assessorato alla Cultura capitolino si è accorto (dietro suggerimento di un consigliere di sinistra) che mentre l’affidamento era intestato ad una coop sociale  (Sol.Co Solidarietà e Cooperazione del presidente Monge), la gestione in realtà era nelle mani di un’altra (NCA onlus) vidimante, in tutta evidenza, i biglietti mentre una terza, la Fabian Art Society  esprimeva il direttore di sala. Sembra che necessità del tutto legittime e profit di digitalizzazione abbiano imposto i nuovi attori.

Irregolarità che in altri tempi non avrebbero avuto conseguenze. Tanto più che la Sol.Co, il suo giro di 40 coop consorziate, un fatturato di centinaia di milioni, è abitué storico delle gare capitoline; capace, quando non le vince, come avvenne 11 anni fa nel caso del cinema Aquila, di scatenare guerre commerciali tra social, a colpi di Tar e Consiglio di Stato da far impallidire la concorrenza profit. Stavolta invece tanto è bastato, assieme ad altre contestazioni, per  la chiusura della sala.

Coincidenza temporale ha voluto che scattassero arresti domiciliari per Monge nell’ambito Mafia capitale ed indagini a carico della Di Giovine, ex capoDipartimento che concesse il cinema alla Sol.Co. Una vera e propria beffa per la dirigente che in realtà aveva scelto un’altra coop (attualmente tra i membri della Città dell’Altra Economia, nei pressi del Macro) per poi soccombere  alla giustizia amministrativa. Arresti e indagini hanno indotto l’assessorato della Marinelli ad azzerare ed indire nuova gara, in scadenza a fine luglio. 

Le proteste rumorose dei gestori, delle coop, dei dipendenti, dei sostenitori, con tanto di firme di duemila intellettuali alla decisione sono state sottolineate da una sorta di incendio divampato all’entrata del Nuovo Aquila.

E’ una vera e propria guerra civile di sinistra tra sindaci ed assessori di sinistra contro coop di sinistra, tra sinistra al Campidoglio e municipi di sinistra, coop sociali contro onlus, disagiati di oggi in lotta con gli invalidi in attesa di subentro, dirigenti  di sinistra indagati di oggi contro quelli di sinistra di domani, vicesindaci sinistrissimi contro consiglieri ancor più sinistri. Tutti a scambiarsi accuse come castagne ardenti dal fuoco. 

Il prossimo bando non cambierà lo scenario. La struttura profit da 2 milioni sarà sempre affidata gratis. E sempre a coop sociali, costituite però da “esperti nel settore cinematografico e che sappiano porre le arti visive multimediali digitali al servizio di finalità sociali, educative, di aggregazione giovanile, di coesione sociale”.

Ci vorrebbero dei De Niro o Pollack, ma non sono finiti a giudizio nei nostri tribunali. Se il il caso fosse stato di mesi fa, si poteva chiamare il Cavaliere. Invece questi recordman introvabili, questi esperti, disagiati dal fato e da strani mali, gli unici idonei a quanto a pare a gestire un cinema, bisognerà trovarli nell’elenco speciale capitolino delle 117 coop sociali di tipo B, aggiornato a fine maggio.

Il primo nome in lista è la “29 giugno”, ovviamente. Chi altri doveva essere?