Alessandro D’Alatri, mai lavorato un giorno in vita mia

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d'alatriD: Un episodio off della tua carriera?

R: Cominciamo dal primo capitolo. Bambino, facevo teatro con la scuola. Ero timido e mia madre mi fece fare un corso. Una signora venne a scuola perché Luchino Visconti cercava un bambino per Il Giardino dei ciliegi. Il giorno dopo ero al teatro Valle con Tino Carraro, Paolo Stoppa e la Morelli, Sergio Tofano e Visconti in una pausa mi chiese:” raccontami qualcosa”. E io: ” una barzelletta?” Lui: “va bene”. Mia madre che stava dietro le quinte e non sentiva quello che stavo facendo, all’improvviso ha sentito un boato di risate e pensò: “Che avrà combinato Alessandro?” Invece andò molto bene, mi presero e il giorno dopo stavo alla sartoria Tirelli a fare la prova costumi. È partito tutto con una barzelletta. È il karma della mia vita: un divertimento continuo. Forse io non ho mai lavorato. Mi sono fatto un culo pazzesco intendiamoci, divertendomi come un pazzo. Questo lavoro è così.

D: Qual è il più grande ostacolo?

R: Dover difendere sempre la tua regia. In questo Paese devi costantemente difendere quello che stai facendo. Quando, il lavoro del regista è quello di fare una scelta. La prima scelta la fa il produttore che si fida del tuo lavoro, ti dà il mandato, dopo le scelte dovrebbero essere tue, dico dovrebbero. Da quel momento tu devi difendere il progetto. Dici bianco e ti dicono nero. Spesso ti vogliono convincere della bontà del grigio. Grigio è meglio. Ti devi difendere.

D: Il momento che ricordi come il più difficile?

R: Sempre. Niente è facile. Io non ho mai avuto il tempo di godermi i successi. Ho sempre fatto pubblicità, cinema, teatro, videoclip. Sono sempre stato curioso e trasversale. Sempre in movimento.

D: Linguaggi diversi…

R: Con regole diverse. La pubblicità ha delle regole diverse dal teatro o dal cinema. La post produzione è quella, la macchina da presa è la stessa. Essere eclettici è bellissimo! Questa fune del funambolo l’ho appresa dalla pubblicità. Ho sempre avuto orrore della prevedibilità, quando si dice:” dal primo fotogramma si riconosce lo stile di un autore”. Io mi sentirei male. Ogni storia è una sfida e ogni sfida ha una sua grammatica.

D: nell’ideazione pubblicitaria si pensa assieme alla committenza e si immagina il target, il pubblico di riferimento. Ti capita di pensarci anche al cinema o a teatro?

R: Ci penso in una forma particolare che è quella del rispetto. Rispetto per chi guarda. Molto spesso questo rispetto non c’è: vuoi per le banalità, vuoi per le promesse mancate, o per eccesso di protagonismo. Molto spesso il pubblico fatica a comprendere. In quella fatica che fai fare al pubblico, c’è anche una mancanza di rispetto. Una volta chiesi a una casa di produzione importante di fare un film di Natale. Mi presero per pazzo. Io volevo intercettare un pubblico che non sarebbe andato altrimenti a vedere un mio film. Voglio dialogare con quel pubblico.

D: Gli autori difficilmente vogliono dialogare.

R: L’autore arroccato su posizioni intellettuali difficilmente comprensibili, voglio dirgli: caro autore arroccato sei fascista, classista. Lui pensa:” io sono io e voi non siete un cazzo!”

D: Hai citato Sordi, io ti cito Verdone: ” in Italia non c’è il cinema italiano, ci sono i film italiani.”

R: Carlo è un grande. Continua il lavoro di Alberto Sordi. Ironia graffiante. Così hanno fatto Goldoni, Pirandello, De Filippo. Io ci provo a fare Cinema. Gli altri lo fanno, qualcuno lo fa. Non abbiamo l’industria cinematografica. Noi facevamo un tempo un cinema meraviglioso che sapeva coniugare contenuto e intrattenimento.

D: Come se ne esce? Un’idea quale sarebbe?

R: Posso fare un appello? Oggi tutti fanno casa di produzione. Nessuno fa un atelier creativo, un atelier di scrittura. Ponti, De Laurentis, Cristaldi avevano decine di sceneggiatori a contratto che producevano idee, copioni, alcuni non si facevano mai, ma altri si facevano, diventavano cinema. Atelier della scrittura, delle idee. Nessuno che vuole investire su questa cosa che è poi la cosa che costa meno e rende di più.

D: Jacques Seguéla diceva: ” Non sono i soldi che portano le idee, ma sono le idee che portano soldi”.

R: Esatto. Oggi il mercato vero è l’idea.

D: Mettiamo che io abbia un’idea bellissima, scrivo il copione e poi ci piazzano una senza talento, raccomandata, negata all’arte drammatica. E allora l’idea?

R: Questa è l’Italia. Hai presente la serie Boris? Non è una commedia. È la realtà.

D: E il pubblico se ne accorge?

R: Il pubblico deve essere rieducato, ri-alfabetizzato alla qualità. Siamo al tempo stesso una potenza culturale e il popolo più ignorante d’Europa. Siamo il Paese che legge meno. C’è un grandissimo lavoro da fare. Deve ricominciare una seconda stagione per la Cultura. Ripartire dagli asili, dalle scuole, dalle università. Quando metti al centro la Cultura la società riparte.

D: Come far arrivare questo messaggio ai piani alti?

R: I piani alti sono determinanti per la Cultura. Non sarebbe esistito il Rinascimento senza i papi, i signori, i principi, i mecenati. La cultura vive, deve vivere di ricchezza. È successo che posizioni arrocate, ideologiche hanno cannoneggiato i piani lati, gli hanno fatto la guerra. Si è voluto vedere nelle istituzioni il nemico.

D: E la critica?

R: Fortemente corrotta. Certe firme di giornale che menano su tutto e poi stelle a non finire per cagate pazzesche? Com’è possibile? Sarà arrivato a casa un frigorifero penso io, non è possibile!

D: Quante passioni hai?

R: Sono poligamo. Ho più mogli. La prima è la pubblicità. Ci metto l’amore e invoco l’industria culturale, perché quando c’è l’industria culturale si fanno le cose bene, guarda Hollywood. Il teatro è il Dna. Adesso sono chiamato ad un incarico pubblico: la direzione del Teatro Stabile dell’Aquila. Mi stanno lasciando lavorare. Non abbiamo il teatro, non abbiamo un euro. Il teatro è il cordone ombelicale come ho detto prima. Puoi avere il lusso di lavorare con gli attori, a volte il cinema non te lo permette.

D: Cosa detesti in un attore?

R: Il manierismo e l’imprecisione. L’attore che trova un pretesto per dire la battuta che non sa, che non ha studiato, che non impara. L’imprecisione rende l’attore guitto.
Adesso lavoro con dei giovani dai 18 ai 28 anni ed è un’ondata di gente meravigliosa, seri, determinati, appassionati. Questi vedono con l’ausilio dei computer dieci film al giorno. Hanno visto più di noi.

D: Quando hai pensato che ce l’avresti fatta?

R: Con la pubblicità io ho vinto i premi più importanti del mondo. Sei leoni a Cannes! L’industria cinematografica pescava da lì e mi dissi: ce l’ho fatta. Io che lavoravo col cronometro, storie da trenta secondi, sognavo di buttare via il cronometro e ho fatto il mio primo film Americano Rosso(1991) con cui vinsi il David come regista esordiente. Mi dissi: è fatta! Manco per niente.

D: È chiaro. Avranno detto: D’Alatri è commerciale vuole anche essere autoriale?

R: Esatto. La puttana D’Alatri che fa? Batte sotto il lampione, gode e prende i soldi? Non passi. Le critiche iniziavano sempre così:” il D’Alatri pubblicitario, la manona pubblicitaria di D’Alatri” Il pregiudizio sempre. Faccio sempre esami. Ho sempre combattuto contro i pregiudizi.

D: Non è tempo di bilanci.

R: Io c’ho un bicchiere mezzo pieno che è le cose che faccio, quello mezzo vuoto che vedere come le cose vanno.

D: Mi sembra di capire che hai capito come va?

R: Le regole del mercato sono gestite dall’informazione. Il meccanismo che ho scoperto è un acronimo: OSO. Omologazione, Semplificazione, Omissione.
Prima sei omologato: dov’è la casella? Ti devono mettere in una casella. Se non ci riescono c’è la Semplificazione: banalizzano il tuo operato, è semplicissimo banalizzare, tutto può essere banalizzato. Sempre caro mi fu quest’ermo colle è uno che va a fare una passeggiatina. Se non gli riesce la banalizzazione c’è l’Omissione. Non esisti. Ti rimuovono, non compari nei radar. D’Alatri quale? Quando ho scoperto l’Oso ho pianto.

D: E tu cosa fai contro l’Oso?

R: Combatto.