Levante, orgogliosamente pop

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Levante_album_cover_web_2400Claudia Lagona – in arte Levante – è una cantautrice catanese, torinese d’adozione. Orgogliosamente pop, incline a tutto ciò che di popolare esista, in Abbi cura di te – il suo secondo album – racconta la felicità trovata, sfogliando le pagine del proprio vissuto, intimo e sentimentale, spesso doloroso. Levante si racconta a Off, senza i fronzoli costruiti, tipici del personaggione.

Ci racconti un episodio Off di inizio carriera?

Durante Le feste di Alfonso – il primissimo tour che anticipava l’uscita del disco Manuale Distruzione – diretti a Perugia ci ritrovammo bloccati in autostrada con il furgone, a causa di una coda lunghissima. Avevo bevuto tanta-tantissima acqua in viaggio e, puntualmente, in coda decisi che dovevo assolutamente fare pipì. Sicura di rimanere ancora fermi nel traffico, scesi e, guardandomi bene dal mostrare il deretano alle altre auto in coda, feci la santissima pipì. Ovviamente la coda iniziò a muoversi e dovetti salire in fretta e furia sul furgone a braghe calate. Momenti di ordinaria follia.

Torni a un anno di distanza dall’uscita Manuale Distruzione. Non sei più una debuttante.

Mi ci sento ancora. Nella musica italiana non può non essere così. Non voglio innalzarmi a grande cantautrice, sia chiaro, ma sono ancora considerata e vista come un’esordiente. Se non passi dai sacri luoghi dei talent, la gente fatica a volerti bene. Mi sono creata il mio piccolo angolo di paradiso perché credo di aver superato alla grande la prova “secondo album”; non per le critiche altrui, ma per lo stato d’animo in cui lo sto vivendo.

Cioè?

Con un’esplosione di felicità giunta nel momento delle prime registrazioni. Una sensazione positiva e bella che mi sta ancora accompagnando. Manuale Distruzione lo avrò ascoltato tre volte. Abbi cura di te, invece lo sto divorando perché parla di quel che sono io oggi.

Oggi è meglio di ieri?

Sì, perché in me c’è meno solitudine. La preparazione del nuovo album è stata un vero e proprio progetto condiviso. Se il primo disco me lo ero pagato, faticando per poterlo chiudere, in questo ho avuto il prezioso supporto della Carosello Records che mi ha messo a disposizione un team competente, corretto e professionale. Questo è stato un grandissimo cambiamento che ha permesso al prodotto di essere all’altezza.

In breve, ci racconti l’album?

È una sorta di percorso compiuto per arrivare alla bellezza, come una camminata lungo i sentieri che ti portano ad ammirare il paesaggio dall’alto. Nelle dodici tracce racconto delle esperienze, la maggior parte autobiografiche. In parole povere, sono piccoli passi per essere serena, felice ed equilibrata.

Ti esprimi come una qualunque ragazza felice.

Perché lo sono.

Però, va detto: hai faticato duramente prima di realizzare il sogno.

È vero, ma ti confesso che mi sento una privilegiata. Non sono nata ricca, non ho avuto tutto quello che volevo. Ho arricchito il mio animo pian piano. Mi sono mossa sempre come una zoppa tra mille ostacoli. Questa è la vita. So di essere una persona fortunata perché ho fatto in modo che certe cose accadessero. Sono stata testarda e non mi sono scoraggiata.

È per la tua semplicità che sei ancora un fenomeno di nicchia?

In realtà non so è la mia semplicità a rendermi fenomeno di nicchia. Il problema più grande è che il nostro Paese non è più curioso. Spesso mangia il piatto che gli viene servito. Se imparassimo a chiedere ingredienti e gusti differenti, rispetto a quelli suggeriti dalla televisione, troveremmo tanto altro. Sono un fenomeno di nicchia perché i più grandi mezzi di comunicazione non mi hanno ancora sposato, ma c’è ancora tempo per tutto. Sono fiduciosa.

E sei anche tanto umile.

Bisogna imparare a esserlo. Le porte chiuse in faccia mi hanno permesso di capire che a me nessuno doveva nulla.  Sono una socievole chiacchierona e fin da piccola volevo essere l’amica di tutti; poi, col tempo, ho capito che non era possibile. Mi piace tanto parlare e interagire con la gente.

È pericolosa l’interazione con i fan su Facebook?

Lo è sotto certi aspetti perché in molti si aspettano che io risponda istantaneamente. Spesso li deludo perché non posso essere sempre lì, pronta. Sono diventata per loro una sorta di psicologa. Mi raccontano la loro vita. Mi piace, lo ammetto, ma a volte è davvero un po’ pericoloso. Me ne rendo conto.

È vera la storia del primissimo esordio, al Festival degli Sconosciuti di Ariccia?

Verissima! Ho fatto il provino con Teddy Reno, ma non fui scelta. Avevo 13 anni. Non sono molto fortunata con i festival. Ne ho vinto soltanto uno, a 18 anni, nei pressi di Torino. Forse non metto d’accordo tutti.

E la gavetta com’è stata?

Molto strana. A 19 anni, dopo il liceo, ho firmato il mio primo contratto discografico. Ho inciso qualcosa, ma sono andata in Inghilterra per cambiare un po’ aria. Tornata in Italia, incontrando Davide dei Linea77, ho iniziato a scrivere cose nuove. Poi, a un certo punto, è arrivata Alfonso, la goccia che ha fatto traboccare il vaso.
Alfonso, più che una semplice goccia, ha dominato un’intera stagione balneare. Detesti ancora il termine tormentone?

Ho fatto un po’ pace. È stata considerata da molti una canzone furba, invece non lo è. Ha tutte le caratteristiche per esserlo perché è fresca, ha l’ukulele, la parolaccia, ma non l’ho scritta con quell’intento, anzi ero certa che nessuno avrebbe mai passato in radio un brano del genere.

A te la libertà di ripetere la parolaccia. «Che vita di merda», davanti a chi o a cosa?

Davanti a un aspetto dei social molto pericoloso: quello della possibilità di dire tutto. Non sono d’accordo sul quel tipo di libertà perché è volgare. Ci vorrebbe una bella patente anche per navigare in Rete. Lo dico – non tanto per me, ormai abituata alla gente che giudica senza conoscere – perché mi capita di incontrare commenti imbarazzanti, ignoranti e brutti. Questi comportamenti mi fanno riesclamare mille volte: «Che vita di merda».

Sei malinconica?

La malinconia è un elemento fondamentale della mia vita. Trasuda nei testi, ma non nelle musiche che sono spesso gioiose. Il mio album – più che malinconico – è intimista perché guardandomi nel profondo, mi abbandono a riflessioni inedite. Non avrei mai immaginato che un giorno avrei scritto un brano sulla felicità. Così come non avrei mai immaginato di scrivere un disco molto positivo. Succede anche di essere felici nella vita. Strano, ma vero.

La musica è un’intima verità.

Sono molto sincera in quel che scrivo. La scrittura è il mezzo migliore per esprimere me in vero.

Anche quando si parla d’amore?

Soprattutto. L’amore è per me un tema ricorrente. L’amore muove tutto e – sia in bene che in male – ti trasforma. In Abbi cura di te, la mia rivoluzione nasce proprio dall’esser felice in amore.

Quasi da carie ai denti?

Proprio così. La vita è fatta di alti e bassi. Sarei stata ipocrita se avessi scritto un’altra sorta di vita di merda. Adesso non è così. Questa vita è migliore di quella precedente.

Cosa provi a riascoltare il passato?

Tanta tenerezza per quella ragazza ferita, immersa nella tristezza adolescenziale, che mai avrebbe immaginato di essere felice. È come guardare una foto e dire: guarda com’ero, e guarda come sono diventata oggi.

A proposito di fotografia. Non voglio inoltrarmi nei meandri del paraculismo ma, sul tuo account Instagram, è visibile a occhio nudo la sublimazione dell’estetica.

Perché sono un’esteta. Mi piace la moda, mi piace l’arte, mi piace il bianco, mi piace tutto quello che è bello. La bellezza è soggettiva, e io amo mostrare il mio bello. Spesso – probabilmente – pecco di narcisismo ma faccio lo stesso con la musica ché è un diario aperto a tutti. Sono una creativa, devo sempre fare qualcosa che ai miei occhi sia bello e, quindi, pianto fiori e dipingo i muri a righe.

Mischiando sempre siciliano e piemontese?

Piemontese soltanto nell’accento. Quando torno a Catania, però, sono la più terrona delle terrone. A settembre saranno 14 anni di vita a Torino. Considerando che ne ho 28, è proprio la metà esatta.

Sei da poco tornata dagli States.

Un’esperienza fantastica. Sono stata fra i protagonisti dell’importante SXSW di Austin, ma ho suonato anche a Los Angeles e a New York. Non avrei mai creduto che gli americani potessero entusiasmarsi tanto. Probabilmente perché ci considerano esotici e affascinanti, un po’ per come succede a noi davanti ai cantautori portoghesi, abbagliati dall’atmosfera che sanno creare.

In Italia, invece, ti sei esibita nuovamente al concertone del 1 maggio.

Ti confesso che è stato meno emozionante del primo anno. Quando salgo su quel palco, penso ancora di più al mio papà, ferroviere mancato per causa di servizio quando io ero piccola. Ho ancora la rabbia di chi ha vissuto un’esperienza forte e devastante. Peccato gli organizzatori dell’evento si ostinino a fare delle scalette lunghissime, con tanti artisti, costringendoci a soltanto sette minuti di esibizione.

Dicono sia un luogo di proclami importanti. Se avessi il potere assoluto per un giorno, cosa cambieresti?

La scuola. Ne ha bisogno. Farei delle scuole meno tradizionali e al passo con i tempi. Introdurrei l’educazione musicale, quella vera, distante dai noiosi corsi di flauto e diamonica. I giovani sono il futuro del nostro Paese, farei tabula rasa di banali idiozie e li spronerei ad abbracciare sani stimoli creativi.

Se non avessi fatto la cantautrice avresti fatto l’insegnante?

No, la giornalista. Mi ero iscritta a Lettere Moderne, poi a Economia perché mi dicevano che si guadagnava di più. Poi, però, ho continuato con la musica.

I brani, come i figli, so’ piezz’e core. Qual è il tuo preferito?

Abbi cura di te è il migliore, il più bello.

Concludiamo col marchettone. Il tuo è un album da comprare, perché?

Perché è pop e di qualità. Caratteristiche che oggi, in Italia, sono rare a trovarsi.