L’ultima notte di Mimì

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locandina di Ultima notte mia«Mi chiamo…no, non ho più un nome». Con voce bassa, ma decisa Erika Urban inizia a dar voce a Mia Martini in Ultima notte Mia, per la regia di Michele De Vita Conti, tratto dal libro di Aldo Nove “Michiamo…” (edizioni Skira). Sul palco è allestito un letto che ha quasi le fattezze di una camera mortuaria, è come se Mimì fosse tornata tra noi per raccontare la sua verità al pubblico che l’ha sempre amata, anche più degli addetti ai lavori. Forse vi sembrerà un paradosso visto che in teatro la finzione è dichiarata, eppure la delicatezza con cui la Urban dà corpo e soprattutto voce a quest’artista ci fa pensare che non ci sarebbe una casa migliore per esperire la verità di «una star per pochi e da molti dimenticata», morta da sola, sommersa da quel «male che straripa come un fiume fino a rompere gli argini».

La scrittura di Nove rispetta la grande sensibilità della Martini, all’anagrafe Domenica Rita Adriana Berté, il resto lo fa l’attrice, abile nel restituire quel cuore troppo spesso ferito, ma anche i sorrisi di una ragazzina che ha saputo presto quale fosse la sua strada, lottando con le unghie e con i denti anche contro suo padre. Quest’ultimo pensava che l’unico canto dignitoso fosse quello dell’opera, ma Mimì aveva “il bel canto” nelle corde. «Una parola è come un figlio, te ne devi prendere cura» – diceva la cantante di “Minuetto” – e di questo insegnamento la Urban ne fa tesoro, a suo modo, come attrice che si vuole mettere a servizio di questa storia, in un mood intimo, che fa da contraltare alla fama (cattiva) che ha seguito come un’ombra la Martini (vedi il gioco di luci). Con pudore e, al contempo, lucidità la Martini-Urban ci racconta cosa significhino l’invidia e la hýbris, con un mix di rabbia, incredulità e dispiacere apprendiamo come delle pure e semplici coincidenze abbiano portato la gente – persino i suoi colleghi – a costruirle l’aurea di iettatrice.

Ultima notte Mia riesce a mettere ordine a tutte le voci, da quelle distorte che spesso si son sentite sulla vita di questa donna a quelle interiori, ci fa assaporare la gioia di vivere che aveva – derivante dal suo amore per il canto – mentre, parola dopo parola, la parabola artistica si incrocia con quella umana: «in un attimo sono diventata straniera anche a me stessa».
Una domanda sorge spontanea: qual è il prezzo da pagare per il proprio talento?
In una prospettiva di omaggio e forte rispetto, apprezziamo molto la scelta registica di non far intonare neanche una nota alla Urban, che sa di esser lì per un monologo, volutamente impostato in un preciso tono, per traghettare noi spettatori oltre le dicerie.
Molti giovani magari conoscono le canzoni più famose della Martini e anche, purtroppo, l’immagine restituita dalle cronache, questo spettacolo potrebbe essere l’occasione per porsi davvero in ascolto di una donna-artista troppo dimenticata.
Ci piace pensare che quel nome, «schiacciato e calpestato», riprenda forma sulle tavole del palcoscenico.