Tommaso Ottieri: il buio che splende

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Tommaso Ottieri
Tommaso Ottieri

E tutto va per il meglio in quelle notti in cui Tommaso Ottieri esplora le città. Attraversando strade e ponti, poi, planando, entrando, da napoletano di rango e per troppa passione per quella speciale bellezza fatiscente che si irradia, come un raggio d’oro scuro, malandato, solo da Napoli, nei teatri vuoti, tra gli stucchi, i velluti, i palchi, e magari nelle chiese, anche quelle rigorosamente vuote, perché chi frequenta chiese senza nessuno non è mica detto che creda di meno, anzi. Parlo per esperienza personale. Comunque, indossato il visore notturno, il bottino delle immagini non potrebbe essere più abbondante e abbagliante di così.

D’altra parte, la città, come soggetto o pretesto, è un magnete irresistibile per un artista. Agli inizi del ’900 nei quadri appariva euforicamente piena zeppa di gente, e nel trionfo dell’intaso stile metropolis sentivi marce battute sulle pietre, masse gettate all’assalto delle strade, all’alba dell’età delle guerre, e dei tiranni. La città 2.0 è invece quasi sempre un deserto, un pianeta metallico, pietroso, un po’ ostile, forse pericoloso. Del tipo: ci sarà ossigeno laggiù? Guardate fino a che punto l’hanno evacuato schiere di fotografi e di pittori attuali e sarete d’accordo con me. E poi lo vediamo solido, il paesaggio metropolitano, un’articolazione metodica di geometrie, una sequenza di volumi purissimi che annunciano, in un rintocco di invisibili campane: qui della presenza umana non ce ne facciamo più nulla.

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London blue bridges

Già a questo punto Ottieri introdurrebbe la sua variante, che equivale anche a una spiegazione, se non addirittura a una vera correzione, mentre dice, in una bella pagina, così cosciente di sé, che pubblichiamo in catalogo: “La vita dell’uomo, con la sua forza per tenersi in piedi, è l’unico argomento che tratto da sempre”. Fantastico, in totale, apparente contraddizione con ciò che adesso – i suoi quadri – abbiamo davanti, perché qui l’uomo è lontanissimo, o proprio non c’è. Come se, crediamo tuttavia a Tommaso, per raccontarlo meglio fosse necessaria la sua omissione, coglierlo per assenza, incarnarlo in una metafora gigantesca: ciò che, nel tempo, ha costruito. Ottieri è un termometro: registra il calore emanato dalla frizione tra gli esseri e le cose, e dunque sa che laggiù, quella specie di vastissima brace dove ogni cosa si scioglie e scorre non può che essere stata generata dalla presenza umana. Qualsiasi idea uno si possa fare della pittura che va in città, seguendo lo sguardo di Ottieri la strada presa diventa fluente e ogni luogo è percepito come peripezia mobilissima, fornace avventurosa, viaggio planetario turbolento. Questo probabilmente perché Tommaso cede con convinzione a tutti i sortilegi e alle esigenti influenze della materia che usa. Così, anche l’architettura nei suoi dipinti cessa di presentarsi come un’immobilità di forme certe e appare come un brulichio di particelle preziose, un’agitazione tutta flash, urti e rimbalzi di molecole. Una gran scena è dunque vista senza che a te ti si veda, e non c’è sensazione stabile, ma un ombroso cocktail di energie convergenti, un raccogliersi sparso di frammenti attorno a quei fulcri e incroci di diagonali e di vie iridescenti che li possano strappare alla loro deriva, dopo (ma quando era stato?) un silenzioso big bang di luci.

Stiamo ai dati fondamentali: se Dio ha creato il cielo e la terra, l’uomo ha creato le città. Quando sorvoli il mondo in aereo e guardi in basso, vedi sterminate distese color verde e marrone, un sacco di acqua, e poi, qua e là, qualche paese, una manciata di punti bianchi. E poi vedi le città. Dall’aereo non sono predominanti, molto meno di quanto penseresti essendoci vissuto dentro, però esistono, stanno lì a fronteggiare timidamente il nulla, il vuoto, l’inumano. Un termine come “antropizzazione” che in genere fa giustamente venire i brividi, pronunciato mentre ti slacci la cintura di sicurezza non fa più paura. E poi l’avete vista una città di notte mentre si sta per atterrare: migliaia di lucine, una rotante galassia non più stagliata in cielo ma sdraiata sulla terra. La rivedete adesso nei quadri di Ottieri, o è un’immagine che le va molto vicino. Insomma dico, una meraviglia così, ma dove altrimenti? A pensarci bene la città, oltre che un mucchio di altre cose, è il più vasto, mutevole e spettacolare congegno estetico che la specie umana abbia inventato. Senza paragoni.

Paris plages
Paris plages

Dov’è che ho sentito parlare di lucente nerezza? Mi sa nella Bibbia, ma non ne sono sicuro. Comunque è l’ossimoro assai bello che mi è venuto in mente osservando i quadri di Ottieri. Dove l’oscurità è attraversata, sfidata e vinta, ma per un pelo, per una manciata di punti luminosi, in un incendio che arrossa il cielo e che se si spegne buonanotte, finisce tutto. In bilico sull’orlo del buio, la visione di Ottieri, che dalla sua postazione privilegiata schiaccia, distorce e incurva il campo della sua azione, si espande, chiede spazio; quasi mai compromessa con il livello-strada ci autorizza a sentirci parte di un’unica, scintillante trama, dove tutto è connesso. È un po’ come guardare la terra al modo in cui l’uomo delle origini osservava il cosmo: una spruzzata di costellazioni per orientarsi meglio, prendere decisioni, direzioni. Ottieri lo fa con il nostro sguardo: lo muove.

E quanti eventi di pittura ad alto tasso di imprevedibilità ci sono qui dentro, in questi paesaggi, quanti svelti gesti da impressionista del buio – complementare ai devoti del sole del XIX secolo – e quante sottigliezze, in quell’intonazione di “voce” scura, su quelle stesure nervose e sontuose, il tuo occhio può facilmente registrare. E quanti particolari puoi contare, profusi dalla mano di uno che evidentemente non si stanca mai del numero, non di quello delle tantissime finestre di un’intera città, né di quello delle sedie che servono a riempire tutta la navata di una chiesa, forse perché inconsapevolmente convinto che, per dirla alla Kundera, davvero “la felicità è ripetizione”.