Giancarlo Dotto, un romanzo d’amore Presunto

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Giancarlo Dotto, Sono apparso alla mia donna, Pironti, 2015
Giancarlo Dotto, Sono apparso alla mia donna, Pironti, 2015

Provate voi a venire al mondo marchiati dalla lettera scarlatta di un nome improbabile. Un nome che vi ha cucito addosso vostro padre, ovvero colui che dovrebbe essere carne della vostra carne, osso delle vostre ossa.

Provate voi insomma a venire al mondo, ad essere Presunto, e a non odiare quel padre che confondendo amore e timore, delirio e superbia, vi ha resi schiavi del dubbio iperbolico sulla vita. Un incessante punto di domanda sui vostri giorni. Presunto è il protagonista del nuovo romanzo di Giancarlo Dotto, Sono apparso alla mia donna (Tullio Pironti editore, pp 218, 14 euro) e la trama surreale che si dipana nelle avventure di quest’uomo – un uomo “oltre la soglia dei cinquanta, in questo lurido motel di terza a Cascavel, nel nord-est del Brasile, con un timpano bucato, la gola secca, piegato in due per via di un’ernia al disco” – che almeno si è innamorato ma a cui la donna della propria vita, di quello schifo di vita che gli è toccato in sorte, l’ha messo davanti a responsabilità più grandi del proprio orizzonte esistenziale. Ha una maledizione, Presunto: il suo nome, una vera e propria barzelletta.

E ha una donna, Presunto: Maria, la più bella di neri capelli, la sola che lui possa amare e la sola che possa amarlo. Una malattia dell’anima più che un sentimento. Prima di lei solo un’altra donna: sua madre. Una poveracrista che dal marito ha subito tutto: corna, violenze, offese, mortificazioni. Le stesse che ha subito anche la madre di Maria, in uno dei tanti tradimenti di un uomo senza cuore. Presunto è chiamato a lavare col sangue quelle onte: “Devi uccidere tuo padre”, gli dice Maria. “Lo devi a me, a tua madre, a mia madre”. Nella fine di suo padre sta il suo principio. La storia inizia da qui, con un uomo che vorrebbe solo amare e sublimare la propria vita nell’accettazione da parte di Maria, e finisce per essere un assassino suo malgrado, un assassino per errore. Un’altra parole, assassino, che Presunto scrive – male – e diventa “assino”, un incompiuto più simile ad un asino…

Giancarlo Dotto è al suo romanzo d’esordio, lui che del Maestro del teatro del Novecento, e stiamo parlando di Carmelo Bene, è stato assistente e amico fino agli ultimi giorni. Un tributo d’affetto intellettuale che, anche in Sono apparso alla mia donna, si fa sentire prepotentemente. Presunto è un cretino, l’asino fa riferimento alla liturgia di San Giuseppe da Copertino, il santo degli ignoranti. Si sceglie una donna che lui vede come un angelo, una madonna che però ha i capelli neri, come una Gertrude manzoniana. Non ha nulla di salvifico: in quegli occhi dai quali Presunto si fa invadere e possedere c’è la richiesta di ammazzare Vanni, il padre tanto odiato da tutti. Un uomo che ha più che qualcosa in comune col Geppetto del Pinocchio beniano: il delirio della paternità, arrogarsi il diritto di far marcire il burattino da legno a carne, che nel romanzo di Dotto è la follia di rendere invivibile la vita del figlio rendendolo caricatura di sé stesso.

C’è poi questa caricatura: Presunto, capace di nulla, incapace del tutto, del vorrei ma non posso, uccidere il padre e rendersi libero. Ricorrerà a una serie di stratagemmi, commissionerà l’omicidio perfetto per non farsi beccare a improbabili personaggi in cerca d’autore. Come un Lorenzaccio, arrivando sempre a fatto compiuto, anticipato perennemente dall’azione e dalla volontà. Un vinto.
È un romanzo surreale appunto, che riserva al lettore piacevoli colpi di scena, il tutto tenuto assieme da una prosa che nuova, cruda eppure struggente nelle pagine del sentimento di Presunto per la sua Maria. Nel piattume del già letto, nella confezione dei libri al ciclostile di oggi, il tentativo di Dotto è un piccolo caso di romanzo teatrale che non potrà mai vedersi allestito in scena. “Sono apparso alla mia donna” è infatti un plot per Carmelo Bene e per il teatro dell’assenza: come l’omicidio imperfetto in cui alla fine mancherà l’assassino perché lo siamo un po’ tutti, assassini incompiuti. Asini. O Presunti tali.