No ai piagnistei: l’Italia? Paese indistruttibile

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CamurriItaliadelGiroHuckleberry Finn più Guido Piovene più Mario Soldati uguale Edoardo Camurri. Conduttore televisivo e radiofonico (Radio 3), scrittore e giornalista che a dire quanto è bravo ci vogliono un sacco di “assai”, va in onda su RaiStoria fino al 30 maggio con Viaggio nell’Italia del Giro. Il programma, ispirato al Viaggio nell’Italia che cambia – scritto insieme a Michele De Mieri, Riccardo Mazzon e Alessandra Urbani -, segue le tappe del Giro (l’ultimo baluardo di rosa non ancora accusato di sessismo) e tra di esse gironzola a caccia di storie, piccole, grandi, di provincia e provinciali, del paese che sogna quasi quanto fa, il paese metà dovere e metà fortuna. Camurri, spesso in bici anche lui, intervista, conversa, chiacchiera tra panchine, bar e strambi marciapiedi, con gli italiani che – tendiamo a dimenticarlo – sono la linfa meravigliosa di una terra meravigliosa. Tutti con storie da raccontare e che aprono sempre ad altre storie. Una specie di Wunderkammer. E così, lo dice lui stesso, il programma diventa “un massaggio sinaptico di 27 minuti”.  Quello di Camurri e della sua squadra è autentico “giornalismo d’autore” e sa di lontano e nuovo, va bene per bambini e signori e si fa in un modo preciso: con lo scopo di vedere le cose, non di usarle per dimostrare una tesi.

È davvero splendida l’Italia che raccontate. Sembra addirittura felice. Come mai la dimentichiamo tanto spesso?

Il punto è che noi non andiamo in giro con l’obiettivo specifico di scovare “il paese che non ti aspetti”. Quando fai le cose in modo programmatico, è facile che si sbagli: non sarai mai davvero conforme alla tua tesi. Noi ci muoviamo con la curiosità di raccontare le storie e le cose che accadono.

Oltre che splendida, com’è la nostra provincia?

Zeppa di persone meravigliose. Colte, appassionate. Abbiamo girato da poco una puntata a Pinzolo e siamo entrati in una chiesa medievale incredibile, affrescata esternamente e internamente dalla famiglia Baschenis. A raccontarcela c’era un signore, custode delle chiavi, che ci ha incantati: sembrava di ascoltare Testori o Longhi. È stato solo uno dei tanti incontri fenomenali che ci capita di fare e che, tutte le volte, ci danno l’impressione che il nostro sia un paese indistruttibile, tenuto in piedi da persone formidabili.

Ha colpito anche me la vitalità delle persone che incontrate. Mi chiedo come mai siano così “invisibili” e, soprattutto, se lo siano per scelta.

Diffido molto da ogni analisi sociologica. Penso semplicemente che queste persone esistano e non c’è un motivo particolare: esistono perché esistono. Non vai a chiedere a un fiore perché è viola o giallo o blu.

Come Oscar Wilde, che diceva che la luna non assomiglia a niente: assomiglia alla luna, perché è la luna.

Esatto. Niente metafore. Bisogna semplicemente tornare alle cose stesse, a guardarle, e vederle per quello che sono, non per cosa significano.

E poi c’è il richiamo a Ugo Zatterin, al suo Viaggio nell’Italia che cambia, e alla grande tradizione giornalistica dei primi anni della televisione.

È la tradizione che ci piace riprendere, sì. Quando sei uno scrittore, a meno che tu non sia un talento selvaggio, ti rifai a qualcuno che ti ha preceduto ed è per questo che la conoscenza di ciò che c’è stato prima di te è fondamentale. Dovrebbe valere anche per la televisione: chi la fa, deve avere in mente da dove arriva e da lì ripartire. Non sono contrario al nuovo, anzi, ma è una questione di consapevolezza: si può anche mandare tutto all’aria, ma bisogna prima sapere cosa si manda all’aria.

La televisione sta bene o male? A guardare il vostro programma, sembra che sia ancora il mezzo di comunicazione più popolare che abbiamo…

La televisione sta benissimo. Decretare la sua fine, come quella dei libri, dei giornali, di Dio è una moda romantica.

Mi racconti la storia più bella che avete scoperto?

Sono tante. Ora mi vengono in mente Gli spalloni!

Chi?

Erano contrabbandieri, tra Italia e Svizzera, di sigarette e generi alimentari, anni Sessamta, Settanta, storie di paese. Abbiamo intervistato due ex spalloni e uno dei finanzieri che, all’epoca, dava loro la caccia. Ora sono grandi amici. Gli spalloni erano belli, giovani, spericolati e pieni di donne, mentre i finanzieri, che spesso venivano dal sud, erano considerati i perdenti, stavano dalla parte sfortunata della dinamica diciamo dialettica di quei paesini sul lago di Lugano. Abbiamo dovuto interrompere le riprese per quanto abbiamo riso mentre ci raccontavano le loro avventure. Sembrava Guardie e ladri.

Un esempio?

C’era uno spallone che passava sempre il confine infilandosi nel buco di una rete. Non riuscivano ad arrestarlo perché non gli trovavano addosso la refurtiva. Un finanziere capì che la legava addosso al suo cane, che lo inseguiva correndo velocissimo a una distanza di circa venti minuti, quindi, per incastrare lo spallone, prese la cagnetta di suo suocero e la portò nella zona in cui passava abitualmente lo spallone. Il cane, allora, seguì la cagnetta, che poi rimase incinta! Sembra l’episodio di un film di Dino Risi, avresti dovuto vedere la gioia con cui ce l’ hanno raccontato. Era la gioia di chi ha condiviso la gioventù.

Le piccole storie della grande Storia.

Sì. Offriamo agli spettatori gli elementi di vita, di emozione. Pascoli lo abbiamo fatto raccontare a un professore di provincia, meteorologo (che coincidenza, eh?). In cinque minuti non puoi certo spiegare la poetica di Pascoli, ma regalare dei dettagli che infondano il colore, l’atmosfera.

Voi seguite il Giro d’Italia e raccontate anche storie legate al ciclismo. È ancora lo sport popolare dei tempi di Fausto Coppi, Girardengo, Eddy Merckx?

A quei tempi c’erano atleti che, quando passavano vicino ai loro paesi, uscivano dal percorso e andavano a salutare le mamme e le fidanzate. Non è cambiato molto, da allora. È uno sport ancora amatissimo, perché è un’impresa. Le persone aspettano il giro, trepidano, nei bar non si parla d’altro. È lo sport dell’epica, dell’impresa, quello di Diavolo Rosso e Bartali di Paolo Conte. Avviene dove c’è la vita, dove succedono le cose – e non in uno stadio o in un campo- cioè in strada: per questo è per definizione popolare e narrativo.

Allora gli scandali di doping non lo hanno tramortito.

Il ciclismo e la sua epica sono più forti degli scandali. Quando si realizza la portata di quello che gli atleti compiono, non c’è doping che tenga: l’incredulità e l’ammirazione per un’impresa tanto titanica hanno il sopravvento. È commovente.

1 commento

  1. rai storia è il sancta sanctorum delle menzogne comuniste e solo chi è menzognere di professione viene ingaggiato nei canali di sinistra (quasi tutti)

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