Julien Gracq, l’altroceline: un classico dimenticato in Italia

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Siamo davvero un Paese di idioti. Nelle librerie italiane, da un anno, è disponibile, per l’accanito editore Portaparole, il saggio di Roger Aim su Julien Gracq: L’ultimo dei classici, nonostante l’ultimo dei classici sia totalmente ignorato dall’editoria nostrana. Negli scaffali, infatti, ci sono solo un paio di sciocchezzuole datate e pubblicate grazie al virtuosismo di piccoli editori: la gita romana Intorno ai sette colli (Mattioli 1885, 2009) e La forma di una città (Manni, 2001). Dei libri più importanti, quelli che hanno reso Gracq un classico, appunto, l’ultimo e il definitivo, Nel castello di Argol (che ha fatto sobbalzare André Breton, “questa è la sola autenticamente avventurosa opera della nostra epoca”) e La riva delle Sirti (“il più straordinario poema in prosa della letteratura francese”, ha sentenziato Henru Mondor), non c’è traccia.

I grandi editori, per altro, Gracq lo hanno appena mordicchiato, per poi dileguarsi: Mondadori stampa La riva delle Sirti nel 1952, un anno dopo l’uscita in Francia, poi lascia l’impegno ai piccoli (lo ristamperà Guida); Bompiani tenta l’avventura di editare Nel castello di Argol nel 1968, affidando l’introduzione a Goffredo Fofi, ma la grandezza fa soffrire di vertigini, nel 1990 entra in catalogo Theoria per poi uscirne quando la casa editrice fallisce. Uno scrittore immenso e segreto, titola il coccodrillo Le Figaro, la vigilia di Natale del 2007, due giorni dopo la morte di Gracq, tra i pochissimi giganti penetrati prima della morte naturale nel Paradiso degli scrittori, la Pléiade Gallimard (le sue Oeuvres complètes sono cementate lì dentro dal 1989). Ovviamente, questo Paese di nanerottoli può farne a meno di un gigante. 

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Julien Gracq, Saint-Florent-le-Vieil, 27 luglio 1910 – Angers, 22 dicembre 2007

Il rompipalle. Sostanzialmente, Julien Gracq è l’altra faccia di Céline. Il solitario Louis Poirier, insegnante nel liceo parigino Claude-Bernard, non sbraita, ama la scrittura rotonda e onirica, ma con la maschera di Julien Gracq è letale tanto quanto il dottor Destouches. Con devota acribia scassa il sistema editoriale francese, «rete di voci, discussioni, mercanteggiamenti, speculazioni, pettegolezzi, agiotaggi, calunnia», piglia a pugni la moda del Nouveau Roman («questi curiosi romanzi in zinco»), Raymond Queneau (autore di «scialba poesia che si muta in critica della poesia»), «il folgorante successo della congiunzione contro natura di Sartre e Camus».

In particolare, nel 1950 Julien Gracq compila l’atto che demolisce i salotti intellettuali, La letteratura senza vergogna, dove, illuminato da un incipit mirabile («Il francese, che ha difficoltà a immaginarsi i propri leader politici in modo diverso da una serie di teste in un tiro al bersaglio, crede ciecamente, sulla parola, ai suoi grandi scrittori»), se la piglia con la corruzione editoriale di allora, ora dilagata in cancro incurabile. Stigmatizza, in sintesi, «la richiesta assillante di grandi scrittori» del sudoku editoriale odierno, che «fa in modo che quasi ogni nuovo venuto dia l’impressione di uscire da una serra di coltivazioni forzate». Sfotte gli scrittorucoli che vogliono essere «all’altezza della propria epoca» e una letteratura bulimica ormai «valutata, repertoriata, classificata, etichettata, schedata», dove «l’uomo tende a sparire più o meno completamente dietro al grado e alla funzione», per cui ogni scrittore, come un Tiziano Ferro qualsiasi, deve scrivere sempre lo stesso romanzo, pena la squalifica dalle classifiche di vendita.

Grazie a Gracq sappiamo ormai da sessanta e passa anni che più della qualità di un libro contano i «grossi caratteri a stampa sui giornali» e la «frequenza delle fotografie» che ritraggono il romanziere di turno e soprattutto la presenza ai «congressi di scrittori» e la partecipazione alla «sala di distribuzione di premi», dove la voce dell’autore «arriva più o meno come il gracchiare confuso di altoparlanti in mezzo al frastuono di un luna-park». Ovviamente, il sistema, indispettito dal libro di Gracq, sorrise, tentando di vincere il cinismo dello scrittore. Nel 1951 gli vollero affibbiare il Goncourt: Julien, drasticamente, rifiutò di inchinarsi al can can delle starlette. E continuò fino alla morte a pubblicare per il suo primo editore, il mitico libraio tipografo José Corti.

Il pamphlet di Gracq va brandito contro i premi letterari, è un toccasana contro il veleno dei Salone del Libro di ogni Paese. Nel 1990 lo stampò Theoria, nessuno, nella palude editoriale attuale, affollatissima, ha il coraggio di ristamparlo.