Monicelli: “muoiono soltanto gli stronzi”

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Mario Monicelli

Il 16 maggio avrebbe compiuto 100 anni, ma Mario Monicelli se andò prima, cinque anni fa, gettandosi dalla finestra della camera dell’ospedale dov’era ricoverato. Lui che agli sceneggiatori chiedeva di scrivere “scene orfane” perché detestava le scene madri, quelle strappalacrime e che non diceva mai “ti amo” se quando era sicuro che la persona amata non lo potesse sentire. E che sosteneva che “muoiono soltanto gli stronzi”.

Con 65 film all’attivo, dal 1949 (Al diavolo la celebrità e Totò cerca casa, entrambe co-diretti con Steno) al 2006 (Le rose del deserto), la carriera di Monicelli ha avuto, com’è normale, alti e bassi, con alti che si chiamano per esempio I soliti ignoti, L’armata Brancaleone, Amici miei, La grande guerra, Un borghese piccolo piccoloUn altro regista ci si sarebbe costruito sopra un monumento, con titoli come questi, invece Monicelli amava quelli più bistrattati dal pubblico, bizzari. Come Temporale Rosy (1979), storia d’amore tra un ex pugile e una campionessa di catch, “Un fiasco commerciale, ma uno dei più felici film di Monicelli per ricchezza di gag, disegno dei personaggi, finezza di particolari in sagace equilibrio tra comico e patetico” (Morando Morandini).

Monicelli di monumenti e piedistalli, a se stesso e ad altri, non ne costruì mai, preferendo la strada di un cinema che fosse innanzitutto romanzo popolare, come il titolo di un suo lavoro del 1974. In un Paese, come l’Italia, in cui per tanti motivi non c’è mai stata una vera passione popolare per la lettura, quindi nemmeno letteratura popolare di largo consumo ma anche di qualità, fu il cinema, fino all’avvento delle fiction tv, a riempire questo vuoto.
Non è un caso che la parabola artistica di Monicelli vada dal secondo dopoguerra alla fine degli anni 2000, dal rifiorire del cinema popolare alla sua estinzione: “La commedia all’italiana è finita, quando i registi hanno smesso di prendere l’autobus” la sua lapide per quel cinema.

Un cinema popolare fatto da intellettuali: Monicelli forse avrebbe rifiutato quest’etichetta, ma lo era, un intellettuale. Nel senso migliore del termine. Per questioni di famiglia (il padre era giornalista e direttore, i fratelli scrittori, la zia paterna era la moglie di Arnoldo Mondadori), di gusti, di rispetto del pubblico. Esemplare il caso della Grande guerra: premiato con il Leone d’oro a Venezia, ma a patto di condividere il premio con Il generale della Rovere. Una commedia non poteva vincere il massimo riconoscimento a un festival serio, quindi bisognava affiancargli l’opera di un venerato maestro, poco importava che il film di quest’ultimo fosse di valore non eccelso.

Entrambe i film si concludono con la fucilazione dei protagonisti, ma nel film di Roberto Rossellini al finto generale è riservato un finale glorioso, in quello di Monicelli i due soldati muoiono da eroi, ma i commilitoni pensano fossero due imboscati… Una conclusione beffarda, dolorosa come beffarda e dolorosa è la storia di quattro amici cinquantenni che fanno scherzi atroci per esorcizzare la morte, di un gruppo di ladri che anziché gioielli arraffa pasta e fagioli, di uno spiantato nobile medievale che guida un esercito di straccioni prima verso un ducato che non c’è e poi alle Crociate. Per non parlare delle rose del deserto dell’opera ultima, che non sono un’immagine poetica, ma una metafora per gli escrementi disseccati dal caldo libico.

Non a caso nel 1966, recensendo L’armata Brancaleone sul Corriere della Sera, Giovanni Grazzini parlava di “una fantasia ironica che serpeggia inesausta in ogni sequenza. Monicelli ha firmato un film in cui gli antichi sapori dei Soliti ignoti s’impastano felicemente al gusto antiretorico della Grande guerra. Sottolineando inoltre “l’estrema eleganza formale e lo splendore figurativo” di un film campione d’incassi, non certo elitario.

 

8 Commenti

  1. Ma prima o poi anche lui sarà uno stronzo e siccome, è innegabile che da vivo è stato un grande, da morto sarà un grane stronzo. senior

  2. Lo stronzo sei tu, non crederai di essere il re del cinema, con 4 film da rione non si e grandi,grande e Wilier,tu sei un provincialotto.stronzo.
    le parolacce le posso dire anche io vero?

    • lasciamo il commento anche se crediamo che di un regista morto non si può pensare che bene

  3. Mario Monicelli – prima d’essere stato un regista – è stato un maestro di vita e in qualche misura per la sua scelta di “farla finita” anche di … morte.

  4. Sarei curioso di conoscere in cosa consista questa “polemica” con nanni moretti, visto che nell’articolo non se ne parla. Sarei curioso anche perché, secondo me, paragonare moretti ad un grande del cinema italiano è davvero improponibile!!!

    • Guardi il video che è un gustoso dibattito televisivo anni Ottanta tra Monicelli e un giovane Moretti. Un pezzo di televisione.

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