Drieu La Rochelle, legittimo suicidio di un vero ribelle

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Pronunci il nome e sai di toccare un nervo scoperto. Pierre Drieu la Rochelle; suona così bene, peccato che un certo riduzionismo lo abbia liquidato con un epitaffio: il fascista morto suicida.  3557381Così l’élite italiana ha consegnato al ghetto degli impresentabili uno dei più talentuosi scrittori francesi della prima metà del Novecento. Per fortuna in Francia è andata altrimenti: a Parigi si usa prima considerare il valore di uno scrittore, poi l’appartenenza politica e non viceversa.  Perciò a Drieu anziché l’oblio è toccata la gloria.

Alle prefiche dell’italico e dominante culto unico ex comunista, sempre in cerca di malpensanti da fustigare e di eroi liberal da santificare, ree di aver consegnato la gran parte dei libri di Drieu ai piccoli editori, si consiglia di sbirciare il catalogo di Gallimard. Ci sono le opere complete nella Bibliothèque de la Pléiade, mai comparse nella versione italiana Einaudi-Gallimard, e poi romanzi, racconti, poesie, saggi. Insomma, neanche una virgola della produzione dello scomodo normanno è stata trascurata. Nel 1963 il regista Louis Malle lo consegna all’olimpo degli immortali girando il magistrale Le feu follet, tratto dal capolavoro di Drieu, in Italia disponibile – almeno questo – presso un editore di grande diffusione come Mondadori con il titolo Fuoco Fatuo.

Maurice Ronet in Le feu Follet, capolavoro di Louis Malle
Maurice Ronet in Le feu Follet, capolavoro di Louis Malle

Di recente è uscita una sua biografia a firma di Antonio Serena, Drieu aristocratico e giacobino, per i tipi della Settimo Sigillo, nota casa editrice di estrema destra. Tuttavia è doveroso strappare questo cattivo maestro alle opposte tifoserie politiche per consegnarlo al posto che merita. Pierre Drieu la Rochelle, nato nel 1893 a Parigi in una famiglia piccolo borghese e nazionalista di antica fede napoleonica, è uno dei figli migliori della generazione perduta. E’ vissuto tra le due guerre: è stato ferito nella prima e si è tolto la vita sul finire della seconda, per l’esattezza il 15 marzo 1945, dopo aver ingerito una dose letale di Fenobarbital. Tutto ciò che lo riguarda, come letterato e come uomo, è accaduto durante quella pace “fatua” andata in scena a Parigi tra le due guerre. Amico di Louis Aragon e André Malraux, dei dadaisti e dei surrealisti, dandy delle serate alla moda, marito fallimentare, amante di donne piacenti e ricche, Drieu in fondo è passato nel secolo breve senza legarsi ad alcuno, fedele alla sua spietata coerenza.

Coerenza nello stile, innanzitutto. Nei suoi romanzi – tra i più importanti si ricordino Gilles, Cani di paglia, Le memorie di Dirk Raspe e il già menzionato capolavoro, Fuoco fatuo – non si sa bene se per indole o per scelta, Drieu non sperimenta. Niente a che vedere con un altro cattivo maestro, Céline: il francese è per lui una bandiera di continuità con la storia e con il passato della patria adorata, servita stando dalla parte sbagliata perché in fondo quella giusta non c’è. Periodare breve e schietto, punteggiatura immacolata, idioma pulito, intelligibile.

Non avrebbe potuto essere altrimenti. Sodale delle avanguardie nelle scorribande notturne questo biondo alto, elegante e attraente, aveva scelto di vivere e di morire per il suo paese e per l’Europa intera. Credeva che soltanto il nazi-fascismo avrebbe potuto arginare la mentalità americana in cui, veggente involontario, vedeva profilarsi l’imperialismo e la fine della civiltà del vecchio continente. Quindi, dove rifugiarsi? In un meditato nichilismo, in un anarchismo individualista che lo pone all’avanguardia – lui, che era conservatore – nella letteratura e nel pensiero a livello internazionale.

Pierre-Drieu-La-Rochelle

Spietatamente moderno dunque. In la Rochelle si realizza l’identità tra arte e vita. L’esistenza di Drieu si spiega nei suoi libri. Basta leggere Stato civile e Racconto segreto per capirlo. Scritti il primo nel 1921, il secondo tra il ’44 e il ‘45, sono diari in cui traspare quella che è comunemente ritenuta la sua ossessione per il suicidio. Non è da escludersi che la Rochelle risulti scomodo quanto un tizzone ardente tra le mani più per questa volontà, apparsa già nell’infanzia e poi ponderata con filosofica intelligenza nel corso degli anni, che non per il collaborazionismo. Sarebbe facile dire che si è ucciso per sfuggire a un processo sommario ormai inevitabile dopo lo sbarco in Normandia. Lo sarebbe, se lui non avesse messo nero su bianco le sue intenzioni e il suo paese non avesse avuto il merito di continuare a ristamparle.

L’opera di Drieu è una scomoda riflessione sul togliersi la vita. E tutto ciò con il senno di poi sembra rispecchiare la crisi autolesionistica che attraversa l’Occidente. Il bello è che lui credeva nell’immortalità dell’anima, anche se in senso più induista che cristiano. Accanto al suo cadavere fu trovata una copia delle Upanishad. Drieu aveva cercato, affacciandosi alla filosofia, al cristianesimo, infine alle tradizioni dell’estremo oriente, senza trovare una via d’uscita. La sua letteratura dice questa ricerca. Dalle Memorie di Dirk Raspe, in cui racconta Vincent Van Gogh, grande suicida, a Fuoco Fatuo, in cui la morte dello scrittore surrealista Jacques Rigaut, suo sodale, è il presupposto per scrivere di getto i pensieri di un uomo incapace di appartenere alla realtà e di amare perché “non può toccare niente” e soltanto la pistola è finalmente reale, un oggetto solido attraverso cui realizzare finalmente qualcosa di tangibile. Ed eccolo, terribile e crudele, l’unico atto possibile per chi non ha più ideali né dei. Stiano zitti i medici, semmai a chi vuole leggere Drieu consiglino di tenere a portata di mano un flacone di antidepressivi, ma per carità non lo si liquidi con l’etichetta del depresso.

Drieu era lucido. Aveva deciso da giovane di andarsene prima di invecchiare, con pagana deferenza per la sua bellezza e un narcisismo a dir poco attuali. In Racconto segreto cerca di dimostrare la validità delle sue intenzioni muovendosi tra Baudelaire, “il poeta della meditazione”, e Dostoevskij, nel dilemma di “cristiano o suicida, credente o ateo”, dicendosi felice di aver evitato di togliere il disturbo nella “frittata collettiva” della trincea per scegliere infine una morte aristocratica, filosofica, come onorevole via d’uscita da un mondo che a suo avviso non gli apparteneva. Con un salto all’indietro e neanche troppa fantasia, bisogna ammettere che se proprio gli si deve affibbiare un’etichetta può andar bene quella dello stoicismo. Se la mia patria e le idee di cui sono figlio sono destinate all’oblio, è inutile aggrapparsi alla vita: è ridicolo sopravvivere a se stessi. Drieu muore un po’ come Seneca e Catone, con distacco e dopo una ferma e meditata scelta. Un atto di estrema e violenta libertà, inquietante, scomodo, deprecabile, ma in cui dimostra ancora una volta una spietata coerenza: la patria e le idee sono perdute, tuttavia la vita è mia e ne dispongo come meglio credo. Certo il suo alter ego, Alain-Jacques Rigaut, in Fuoco fatuo si rifugia nella droga e nell’alcol, quindi è un debole. Ma in fondo va bene anche questo. La sobrietà non è contemplata nell’arte della decadenza. Perché gli antieroi di Drieu sono attuali almeno quanto quelli narrati dai suoi stanchi epigoni involontari. Tutta gente che si metterebbe le mani nei capelli, se fosse consapevole di scimmiottare un uomo vissuto molto tempo fa: un fascista morto suicida.