Hillary Clinton, tra antipatia e scandali vince lei

0

Hillary c’è. Capirai che novità. La storia dice a chiare lettere che la Clinton è candidata alla Casa Bianca in servizio permanente effettivo  dal giorno in cui vi fece il suo ingresso nelle vesti di First Lady del marito Bill. Fatto sta che abbiamo assistito poco stupiti all’annuncio più annunciato di tutti i tempi, prima pietra di una campagna mediatica obiettivamente ben architettata – visto il budget pressoché illimitato di cui Hillary dispone – che non poteva che essere lanciata attraverso un Tweet.

US Secretary of State Hillary Clinton delivers remarks at Stae Department awards ceremony.Ovvio che di un evento politico-mediatico di tale portata si scriva e si parli, ci mancherebbe altro, a lasciare perplessi, però, sono alcuni commenti ai quali, alle nostre latitudini, nel corso degli anni abbiamo fatto il callo. Mi riferisco alle infatuazioni facili cui sono soggetti parecchi dem di casa nostra, adusi a idealizzare nel “papa straniero” di turno l’uomo o la donna perfetti, di quelli che «vorrei essere americano solo per poterlo votare» salvo poi, piuttosto spesso, vedersi costretti a ingranare la retro di fronte all’evidenza dei fatti.

Al netto degli innumerevoli esempi che potrebbero essere citati, a suffragare questa mia banale considerazione ci sono gli umori dei dem realmente chiamati in causa, quelli americani, che non stanno esattamente facendo i salti di gioia, per la seconda discesa in campo della Clinton. Anzi.

Già, perché se a meno di colpi di scena al momento irreali (tipo un endorsement di Obama a favore di un altro candidato, magari il suo vice Joe Biden) Hillary pare destinata a stravincere le primarie democratiche, e a Capitol Street sono perfettamente consci del fatto che l’ex Segretario di Stato sarebbe, per gli avversari repubblicani, il candidato migliore da affrontare.

I motivi? Sono diversi, e spaziano dai tanti scheletri presenti nell’armadio della famiglia Clinton, passando per lo scandalo (da noi si è parlato poco) scatenato dall’imprudenza di Hillary, ai tempi in cui era Segretario di Stato, che utilizzava il suo server di posta privata, mettendo a repentaglio la privacy della diplomazia statunitense; e per gli errori macroscopici come la lentezza con cui gestì la reazione all’attacco all’Ambasciata Americana di Bengasi, costata la vita a quattro cittadini americani; e, sempre a proposito di Libia, la sua linea interventista che, di fatto, destabilizzò il Paese spianando la strada ai tagliagole dell’Isis.

Last but not least, il fatto che Hillary non sia propriamente una grandissima comunicatrice e che, anzi, spesso e volentieri risulti addirittura antipatica; aspetto, questo, che risultò determinante durante la campagna del 2008, nel corso della quale inanellò una serie di errori che la costrinsero ad alzare bandiera bianca incoronando Barak Obama. Consapevole di ciò, e del fatto che per età e curriculum non possa certo presentarsi come il nuovo che avanza (se non per una mera questione di genere), ha voluto fortemente al suo fianco Kristina Schake, ovvero la specialista in comunicazione che ha seguito Michelle Obama alla Casa Bianca, contribuendo a farne un’icona di stile e simpatia.