Visti gli editori che ci sono in giro, meglio l’editoria a pagamento

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Allo Strega ci vanno solo gli editori che possono. E tutti gli altri? Continuano a dar foraggio al sottobosco culturale, che sarebbe sbagliato definire “indipendente” perché dipende dai dindi, dai soldi sonanti. Inutile pigliarsi per il didietro: gli editori vivono perché gli autori li pagano. Vuoi direttamente, vuoi con la scusa (che giustifica tutti: l’editore, che non si sente in colpa, e l’autore, che non si vergogna della sua piccolezza) dell’acquisto libri a prezzo scontato.

Di solito alla voce “editore a pagamento” l’intellettuale d’alto bordo (cioè, da bordello dell’informazione) si tura gli occhi e lo scrittore in attesa di Nobel torce la bocca, schifato. Sulle aristocratiche pagine de Il Caffè illustrato, invece, si legge addirittura un “Elogio dell’editore a pagamento”, compilato con pugno caustico, tra il grottesco e l’autentico. In effetti, l’editore che vive sulle illusioni autoriali di chi gli dona i propri manoscritti nel cassetto «è figura premurosa: risponde sempre e subito», «prodiga un giudizio critico di trama solidale e umanissima, del tutto soddisfacente per l’autore».

Il ruolo di tale editore è pedagogico in tutti i sensi: intanto «stimolando la pratica della scrittura», ma poi, soprattutto, stroncandola sul nascere. «Dopo l’insuccesso, infatti, quasi tutti gli scrittori entrano nella folta categoria degli “autori di un solo libro”». Insuccesso, anche quello, istruttivo: «l’editoria a pagamento non fa che profilare una delle tante delusioni della vita, in ciò palesando il proprio ufficio sapiente». A stilare un simile, picaresco elogio, ci voleva Antonio Castronuovo, pensatore estremo e anacronisticamente anarchico (una esistenza da silente traduttore per Via del Vento, Stampa Alternativa, Barbèra e Rizzoli, ci ha donato Unamuno e Irène Némirovsky, Matisse, Picasso, Simone Weil, ha studiato Camus e Cioran, ha compilato un registro di Suicidi d’autore e una Breve storia della ghigliottina, funambolico aforista è il direttore de “La Piê”, mitica rivista fondata da Spallicci).

Il quale ci ricorda che in fondo l’investimento per credersi scrittori è minimo («Un’edizione a pagamento viaggia intorno ai mille euro. Cifra non elevata, se si pensa che equivale a ciò che serve per una mefitica settimana di villeggiatura per due persona, per 60 pizze quattro stagioni con birra e tiramisù. Forse che un vero scrittore non rinuncerebbe a 60 pizze pur di vedere pubblicato il proprio libro?»), che simile editoria è «ancora una rasserenante illusione», una sorta di servizio tipografico zen, e che, soprattutto, visti gli editor che giganteggiano nelle case editrici transatlantico, visti i romanzi che hanno il coraggio di piazzare in libreria, meglio farsi fuori, far fuori i propri risparmi e pagarsi il proprio astruso capolavoro senza chiedere niente a nessuno.