Mr Sacchi tra Machiavelli, Cesare e Don Chisciotte

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Il mister e il romanziere. Il nonno mi fece salire sul tram, mi sembrava un intestino infernale. Sbarcammo a San Siro, era il 1987. Avevo otto anni, la mia prima volta allo stadio era la prima panchina di Arrigo Sacchi al Milan. I diavoli, esaltati dalle esagerate treccioline di Gullit sfidavano il Torino. Una valanga di azioni da gol si tramutarono, se non erro, in un pareggio a reti inviolate. Ancora oggi ne ho una impressione di terrore. La calca, le bocche degli umani ingigantite da urla, l’odore acido del sudore.

Sacchi veniva dal Parma, appena promosso in B, dopo aver guidato il Rimini (in C1) e le giovanili del Cesena (suo lo scudetto Primavera). Più che un mister, sembrava lo Spinoza del calcio. «Di certo, è un personaggio da romanzo, un uomo molto complesso, scriverne la biografia è stato molto difficile». Dietro una grande biografia, è noto, c’è un grande biografo. Dietro Open di Andre Agassi, che ha rivoluzionato il genere, c’è, nascosto in calce, il premio Pulitzer J. R. Moehringer (in Italia lo stampa Piemme).

Alle spalle di Arrigo Sacchi c’è la penna di Guido Conti, parecchi bei romanzi sul comodino (comincia, vent’anni fa, con Guaraldi, per Mondadori ha scritto, tra l’altro, Il grande fiume Po), un mucchio di premi (tra cui un Campiello) e un riconosciuto talento per l’arte sottile della biografia (per Rizzoli ha scritto la storia di Giovannino Guareschi, «ma sai, con Guareschi era facile: è morto»). Mondadori shakera il grande romanziere con il geniale personaggio e viene fuori Calcio totale. La mia vita raccontata a Guido Conti (Milano 2015, pp.288, 18, euro). 

A me del calcio non importa nulla. «La prima volta ci siamo incontrati a casa di Sacchi, a Milano Marittima. Abbiamo continuato a vederci da giugno a gennaio. Alla Mondadori piaceva l’idea che a scrivere la storia di Arrigo fosse uno che non si intendesse di calcio: ho dei disperati trascorsi da ala sinistra, mi piace guardare la partite, ma non sono patito, di calcio ne so poco o nulla, non sono neppure tifoso».

E come hai fatto?
«Ho seguito gli insegnamenti di Anton Cechov, secondo il quale ogni persona ha un destino da romanzo, dietro ogni volto si nasconde un romanzo». Impelagato nella letteratura (l’anno scorso per il Corriere della Sera ha tenuto una “Scuola del racconto” in dodici volumi), Conti si fa sedurre dal filosofo del calcio nazionale. «Sacchi è partito da Fusignano per giocarsi la finale della Coppa del Mondo, vincendo tutto in un tempo brevissimo e facendo capire all’Italia che si doveva giocare in un altro modo».

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Cioè?
«Per Sacchi prima viene l’uomo, poi il gioco, infine il talento. In un Paese dove tutti insistono sul talento del singolo, sul Maradona che ti risolve la partita, Sacchi ha imposto un’etica del gioco. Pensando il gioco non più come “difesa e rilancio”, il modo italiano d’intendere il calcio, ma con una spiccata dote offensiva, capace di bellezza: per Sacchi era necessario dominare il campo, comandando il gioco, da qui l’importanza del pressing, perché se perdi palla devi subito recuperarla». 

Una lezione di vita. Secondo Conti, la biografia di Sacchi va al di là della biografia. «Sacchi ci insegna qualcosa di assoluto. Costruire una squadra di uomini intelligenti, eticamente devoti al proprio lavoro, con un gioco capace di esaltare il talento. Imponi questi principi nel campo aziendale, ad esempio (non dimentichiamoci che Sacchi viene dall’industria), e avremo un Paese vincente». Voluto da Silvio Berlusconi («di cui parla benissimo») quando era quasi un nessuno, Sacchi ha conquistato il mondo con la sua filosofia di gioco: era più Machiavelli, Cesare o Don Chisciotte? «Direi tutti e tre insieme. Molto razionale, davvero machiavellico, con un fiuto per i talenti (pensa cosa ha fatto di Ancelotti o Massaro), è una personalità dominante, come Cesare, ma nello stesso tempo un sognatore come Don Chisciotte».

La partita perfetta?
«Il 5 a 0 contro il Real Madrid nella seminifinale di Coppa dei Campioni, poi vinta 4 a 0 contro lo Steaua Bucarest».

La tua fonte di ispirazione?
«Le Vite parallele di Plutarco. Un capolavoro di scrittura che insegna come la grande personalità si nasconda dietro i minimi particolari. Ad esempio, Plutarco scrive che mentre tutti litigano Cesare si gratta in testa con un dito. Sta lì, sornione, in attesa di attaccare, mentre tutti perdono la pazienza». La storia di Sacchi non ha un lieto fine però… «Arrigo è stato bruciato dallo stress», ma questo è il martirio per chi vive di purissime ossessioni. E lo scrittore, alla fine dov’è? «Non c’è. Ho lavorato di regia, sparendo come autore. Sono stato il mister di una vita straordinaria».