Addio a Giampiero Rubei, l’anima jazz della Capitale

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giampiero rubeiSe per anni è stato Giampiero Rubei, classe 1940, ad aprire il sipario per presentare sulla scena musicale i mostri sacri del jazz, oggi il sipario della sua vita si è chiuso lasciando la Capitale, e non solo, orfana di un uomo con grandi doti di organizzatore culturale; doti testimoniate soprattutto dai successi del jazz club Alexanderplatz, luogo storico della musica improvvisata, dove negli ultimi trent’anni sono passati i più grandi jazzisti, italiani e stranieri. Stiamo parlando del jazz, o per dirla alla Patruno del “jass”, quello in cui il rumore delle bacchette del batterista rimangono immortalate nel disco, quello degli incroci di sguardi nel dedalo di un’improvvisazione e delle spazzole che accarezzano il rullante fino a dare un’emozione.

Rubei era il collante, il punto di riferimento, il regista, l’uomo che prendeva il telefono e chiamava i musicisti proponendo le funamboliche combinazioni musicali che poi, sul palco dell’Alexanderplatz come di Villa Celimontana, diventavano dei veri e propri matrimoni musicali. Rubei è stato il punto di unione tra i prati polverosi della Capitale e nomi del calibro di Chet Baker, Chick Corea, Wynton Marsalis, Ray Brown, Michel Petrucciani, e i nostri Stefano Di Battista, Roberto Gatto, Danilo Rea e molti altri di ugual prestigio. Il jazz del fondo nero, dei musicisti vestiti di nero e lì qualcuno che trovò una sottile attinenza con la sua vita prima del 1984: quando Rubei fu custode dell’ultimo respiro di Julius Evola, quando fu lui, nella sezione Monteverde a Roma, che negli anni settanta tesserò due ragazzi, Gianfranco Fini e Giusva Fioranvanti o quando fu uno degli organizzatori del primo Campo Hobbit.

E’ vero, qualcuno trovò quell’attinenza “nera”, ma poi cominciò a suonare la musica del grande jazz e il locale si tinse di tutti i colori. La speranza è che si faccia tesoro del suo coraggio, quello d’ investire in questo genere musicale, bellissimo ma non di facile “cassetta”, e che la morte del “patron” Rubei non sancisca un lutto ben più grave, come sarebbe quello del jazz romano.