Ivana Spagna: ho battuto Madonna e Michael Jackson!

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“E un bel giorno ti accorgi che esisti, che sei parte del mondo anche tu” c’è stato un giorno in cui tu ti sei accorta di esistere, Ivana?

Questa è una bella domanda. Dobbiamo andare a quando ero bambina, ad una vigilia di Natale. La mia famiglia era molto molto unita, ma non arrivava economicamente alla fine del mese. Così mio padre per guadagnare qualche soldino in più fu costretto ad accettare un lavoro lontano da casa. Allora non solo non c’erano i telefonini, ma noi non ci potevamo permettere neanche il telefono fisso. Mi ricordo che papà per non farci sentire la sua mancanza ci scriveva una lettera al giorno. Ma nonostante questo quell’albero di Natale e quel presepe non avevano il sapore degli altri anni, perché mancava un pezzo importante di noi. Quella notte io e mio fratello ci mettemmo a dormire nel lettone con mamma, e verso le 3 del mattino sentimmo bussare. Era proprio mio padre, che pur di tornare da noi in tempo per Natale, non avendo la macchina, dopo esser sceso col treno a Verona si era fatto gli ultimi 25 km a piedi. Non dimenticherò mai l’emozione di quella notte

Stessa emozione con cui scriverai poi Davanti agli occhi miei (“davanti agli occhi miei, c’è tutto il mondo che vorrei, immagini degli anni in cui ho conosciuto amore vero”), uno dei tuoi successi più amati. Ma facciamo un passo indietro: papà Teodoro, mamma Gemma e tuo fratello Giorgio, da sempre chiamato Theo. Se pensi a voi 4, quale parola o espressione ti viene in mente di getto?

Un mondo d’amore

Tu da piccola sognavi di fare la ballerina di danza classica, poi però grazie alla fisarmonica di papà e ad un pianoforte preso noleggio dai tuoi genitori si è delineata la tua vocazione musicale

Tremila lire di affitto al mese! E ti assicuro che all’epoca per i miei era un sacrificio enorme. Passavo il tempo in camera, immaginando la musica, riuscendo a sentirla nonostante non ci fosse. Sognavo di essere un’ étoile, e camminavo con le ciabattine in punta di piedi, tranciandole tutte [ride n.d.r.]. Speravo che Santa Lucia prima o poi mi portasse le scarpine da ballo, ma non sono mai arrivate

Ma è vero che il primo vero concorso lo hai fatto cantando Non son degno di te su un carro agricolo?

Sì, a Madonna della Scoperta, in provincia di Brescia. Ma per me quel carro, riempito per l’occasione di fiori, era come il palco di Sanremo

So che mamma è anche caduta per l’emozione

O Dio, sì (ride n.d.r.). Era seduta sul bordo di una panchina, e, appena si alzò il signore seduto all’altro capo, lei, distratta dall’emozione, finì a gambe all’aria

Parliamo un attimo di bellezza. Perché a 16 anni il tuo rapporto con il l’aspetto fisico non era proprio idilliaco. Dici di te nel libro Quasi una confessione “volevo essere bella, ero un sacco di patate, coi denti da coniglietto e una proboscide per naso”. Dai, sei stata parecchio poco carina nei tuoi confronti!

Sono stata molto realista! Mangiavo come un bue, avevo tanti chili in più, il nasone… Poi avevo il palato deformato dal biberon, che ho usato fino alla prima elementare. Per il naso invece non c’era apparecchio che potesse aiutarmi. Ho provato di tutto, anche un aggeggio trovato su un giornale che, dopo averlo tenuto su tutta notte, mi ha fatto svegliare completamente tumefatta. Parlando seriamente di chirurgia estetica, io penso che sia sbagliatissimo ritoccarsi se si hanno difetti con cui però si convive  bene. Ma se si arriva come me a chiudersi in sé stessi, a camminare a spalle curve, a mascherarsi con occhiali pur di non essere riconosciuti, beh, è giusto che si ponga rimedio. Io non uscivo di casa, se non per andare in gelateria con le mie due cuginette rigorosamente ai lati, per nascondermi. Ecco perché non ho mai avuto il rimorso di aver affrontato la chirurgia

E infatti maturi giovanissima la scelta di sottoporti ad un intervento di rinoplastica che, per non incidere sulle tasche di mamma e papà, fai “accontentandoti” dell’anestesia locale

Ricordo ancora le martellate, e il professore che diceva “coraggio piccolina, abbiamo quasi finito”. Ma era talmente tanta la voglia di fare quell’intervento che il giorno dopo, nonostante fossi un mostro con la faccia gonfia come una luna piena, mi vidi bellissima. I miei hanno fatto tanti sacrifici per me, ma quella volta è stata come ridarmi nuovamente la vita

Bella più di prima, inizi a esibirti con musicisti veronesi, finché poi decidi di formare con Theo un complesso vostro: Ivana Spagna and his orchestra!!!

Sì, con un errore madornale sui manifesti: his al posto di her! Io comunque non sono mai stata tagliata per fare l’imprenditrice. E infatti con me capogruppo si faceva acqua da tutte le parti. I musicisti avevano colto il mio tallone d’Achille e mi chiedevano sempre aumenti che non riuscivo a negare

Poi a 19 anni conosci Larry Pignagnoli, che di lì a poco diventa il tuo fidanzato e col quale canti nel gruppo Van Larry, di cui appunto lui era il leader. Dopodiché si aggiunge a voi Theo trasformando la formazione in Opera Madre. Ti ricordi un episodio off di quegli undici anni di gavetta nelle balere? 

Avevamo un impianto assurdo, con gli amplificatori ormai saltati. Decidemmo quindi di prenderne uno nuovo e grosso, nel vero senso della parola, al punto da non starci sul furgone. Così fummo costretti ad attraccare al furgone un carrellino per trasportate i due subwoofer. Se ripenso a quel furgone Ford rosso con su noi ragazzi pieni di sogni e con appresso quel carrellino provo una tenerezza infinita. Comunque grazie al nuovo impianto diventammo una delle orchestre più forti in assoluto, tanto da deciderci, con una nuova cambiale, a prendere un furgone più grosso

Forti di questa gavetta, iniziate a comporre pezzi dance con titoli rigorosamente inglesi. E nasce così Easy Lady. Che viene proposta alle varie etichette italiane ma con sempre la solita risposta: “una che si chiama Spagna, canta in inglese ed è italiana, non farà mai strada!”. Da qui la decisione di stamparvi il brano da soli e di mandarlo in Francia. E poi…

E poi è successo il miracolo! Tanto che da allora il mio motto è “aiutati che il ciel ti aiuta”, perché se credi in qualcosa non devi davvero mollare mai. Tornando a Easy Lady, ci stampammo il nostro disco, e facemmo uscire una decina di copie da esportazione in Francia, dove fece il botto. Iniziarono a richiederne 300 copie al giorno, diventando un vero e proprio successo nelle discoteche. Al punto che la Sony mi mise subito sotto contratto. Ma se noi non avessimo stampato da soli il disco, non sarebbe successo nulla di tutto ciò. Per questo dico sempre: se credi in quello che fai, i risultati arrivano. La passione ti fa scavalcare gli ostacoli, te li fa affrontare, ti fai incassare anche i colpi negativi. Spesso i ragazzi mi chiedono cosa fare per diventare famosi. Io rispondo: ragazzi, state sbagliando il primo passo. Se amate cantare, cantate, ma non fatelo solo per inseguire il successo. Seguite piuttosto la passione, qualsiasi mestiere facciate 

L’anno dopo con Call me sei seconda solo a Michael Jackson nella classifica inglese. E prima in assoluto alla Euro Parade, battendo Jackson e Madonna. Sempre in quell’anno giri tutta Europa con i Simply Red, George Michael, gli Europe. Il ricordo più esclusivo che hai di quel periodo?

Un ricordo bellissimo. Una sera partecipai con la Sony ad una cena evento a Vancouver. Era una specie di Grammy, ed io rappresentavo l’Italia. Mi ricordo che seduti accanto a me c’erano Gino Vannelli, George Michael e Gloria Estefan. Quando hanno detto il mio nome e mi sono alzata per presentarmi ai rappresentanti musicali di tutti gli altri paese d’Europa mi sono detta: Signore, ma è un sogno?

A quel punto capisci che è arrivato il momento di trasferirti in America. Sei instancabile: componi al piano, incidi su un registratore a cassette i provini per Larry e Theo, racimoli un po’ di brani e ti presenti all’appuntamento col grande Robert Wayne Colomby della Sony. E lui che ti dice?

 “Ivana, io amo le cose che fai. Mi ricordi l’anima di Gladys Knight, voglio occuparmi della tua produzione americana”. E mi affiancò grandi artisti con cui iniziai a lavorare sodo, come il violinista Jerry Goodman. Pensa, incidevamo insieme provini in uno scantinato, ma io capii solo in un secondo momento chi fosse. Quando si presentò gli dissi: Goodman, come il grande Jerry. Ed era proprio lui! (ride n.d.r.)

Durante l’esperienza americana ti sei avvicinata a Diane Warren e Michael Bolton. Del grande Bolton che mi dici?

Ti dico che non dimenticherò mai la sera che Diane senza dirmi niente lo invitò a casa mia. Quando squillò il telefono di Diane, andai io a rispondere, e Michael si limitò a dire “ciao, sto arrivando”. Io non avevo capito fosse lui. Fra l’altro solo quando suonarono alla porta Diane  si ricordò di dirmi che era vegetariano!  Io all’epoca non lo ero, e avevo cucinato spezzatino, e cose molto poco vegetariane (ride n.d.r). Quando me lo ritrovai davanti mi sentii morire due volte, per lui e per lo spezzatino. Fortuna che c’era anche mia madre, e mentre Bolton e Diane chiacchieravano riuscimmo a improvvisare  un piatto di penne all’arrabbiata e un tiramisù spettacolare che salvarono la serata

Ok a questo punto chiederti un’altra chicca è d’obbligo

Ti racconto di Desmond Child, che scrisse il pezzo dei Kiss I was made for loving you. Lui era innamorato platonicamente di me, mi voleva un bene incredibile e mi portava sempre in giro come fossi la sua fidanzata. Anche se in realtà  aveva un fidanzato. Andammo insieme al Beverly Hills Hotel, l’antico Hotel California, proprio al matrimonio dei Kiss. Quel giorno c’era un gruppo di 40 elementi, con 4 cantanti. Il peggiore cantava come Stevie Wonder

Poi una causa fatta dal tuo ex manager ti costringe a tornare in Italia, dove incidi l’ultimo album in inglese Matter of time. Perché la fobia di cantare in italiano?

Perché fino ad allora avevo sempre e solo cantato in inglese, pezzi di Donna Summer, Stevie Wonder. Per dodici anni non ho fatto altro. E poi la lingua inglese mi è sempre piaciuta, ha una musicalità diversa dall’italiano

E infatti anche quando canti in italiano la tua dizione è molto americana

È vero, anche perché ho anche assimilato come “difetto di pronuncia” la t! Ma questo deriva anche dalla forma strana di palato che devo al biberon! (ride n.d.r.)

Qualcosina del tuo successo la devi comunque proprio ad un inglese. Sei stata scelta infatti  da Elton John per cantare la versione italiana di The Circle of Life, tema del Re Leone. Tu e John vi siete mai incontrati?

Mai, mai, neanche in seguito. Quando feci il provino, già dieci altre forti cantanti italiane avevano registrato la loro traccia. E infatti quando seppi il loro nome pensai: non mi prenderanno mai. Invece dopo 48 ore Elton John mi scelse. Cercava la voce di Madre Natura, e seppi che lui disse di averla trovata nella mia 

A proposito di Elton John, apriamo una parentesi: cosa nei pensi dell’hashtag lanciato per boicottare Dolce e Gabbana?

Io non mi sento di colpevolizzare o giudicare  il desiderio di chi vuole essere padre e avere gli stessi geni del figlio, perché si parla d’amore. Ci sono anche molte donne che ricorrono a questi metodi per diventare madri. Perché togliere allora agli uomini il diritto di essere padri? Io comunque con tutte le creature al mondo che non hanno genitori sarei più propensa alle adozioni. Penso che togliere un figlio dalla strada sia un atto d’amore più grande. Aggiungo, poi, che mi dà molto fastidio che ci si chieda ancora se sia giusto o meno legittimare i matrimoni gay. Se due gay si vogliono sposare è perché si amano, perché si vogliono bene. Per cui dico: lasciamo unire due persone che si amano. Con tutta la cattiveria e la violenza che ci sono, perché non combattiamo quelle anziché l’amore?

Torniamo alla musica. Nel 1994 Baudo ti vuole a Sanremo, ma il tuo manager di allora ti affibbia un brano non nelle tue corde. E anche Baudo infatti dice no. Così quella stessa sera scrivi la bellissima Gente come noi. E Baudo dice sì

E Baudo dice “ecco la Spagna che cerco”. Se Baudo non avesse detto no, quella sarebbe stata l’unica volta in cui avrei cantato un brano senza sentirlo nel cuore. Pippo mi ha salvata, e il Signore mi ha premiata. Quella sera mi sono seduta al pianoforte, e mi sono lasciata totalmente ispirare dal mio rapporto con Larry. Nonostante la nostra storia d’amore fosse finita, ci si voleva un bene dell’anima

Al Festival di quell’anno, a dispetto della noncuranza dei media, arrivi terza. Mi ricordo ancora le tue lacrime di gioia abbracciata a Baudo con quel tailleur blu che ha fatto storia. Ecco, abbiamo detto noncuranza. Perché secondo te?

Ah ma anche dopo non è mai cambiata, questa noncuranza. Forse per l’immagine un po’ fuori di testa, forse per il mio look, forse perché cantavo in inglese. Arrivare prima alla Europarade non credo sia stato un danno all’Italia, anzi! Nei miei confronti c’è sempre stata un’avversione, e sicuramente sono stata molto più apprezzata dai media stranieri che da quelli italiani

Hai il rimpianto di non essere rimasta in America?

Il rimpianto no, anche perché non ho potuto restarci per mia madre e per una serie di altri eventi. Comunque sono ancora attaccatissima agli Stati Uniti. Lì ero riuscita a trovare il mio mondo, coi miei amici musicisti. E le cose funzionavano bene

Posso farti un domanda su mamma Gemma?

Certo

Ecco, mamma Gemma si è congedata da te a causa del cancro, che l’ha vista protagonista di episodi di malasanità.  

Ci tengo a dire questo: una persona dovrebbe essere libera di scegliere come curarsi, visto che molte volte si viene dati per spacciati e mandati a casa senza cure, come fu il caso di mio padre. Mia mamma una volta mi disse: “se un giorno dovessi ammalarmi di cancro, non vorrei saperlo, mi butterei dalla finestra”. Ecco perché quando il male la colpì cercai di curarla senza farle seguire terapie di protocollo. Non volevo rivivesse l’esperienza di papà. Trovai così la cura Di Bella, che con mamma sembrava funzionare, almeno finché non incontrammo un medico disgraziato che nonostante gli avessi detto“per favore, non sottopongo mia madre a chemioterapia” lo fece. Lui l’ha voluta uccidere, forse perché contro il metodo di Bella. Di sicuro la cura iniziata è stata mandata all’aria. Un altro luminare, poi, ci garantì che con un’operazione avremmo risolto il problema alla pleura di mamma. Di fronte al mio scetticismo e ai miei dubbi si sentì offeso. So solo che una volta operata, Gemma uscì dall’ospedale e visse solo cinque giorni

Tu eri molto molto legata a tua madre. Al punto che dopo che ti ha lasciato c’è stato un momento in cui sei arrivata a dire: basta, perché vivere? Ivana, questa domanda te la faccio più da figlio che da giornalista: come si sopravvive alla morte dei propri genitori?

Perdere il secondo genitore è vedere in un istante la fine di tutto. Io ero in tournee in quel periodo. Quella sera stessa io mi sono esibita. Anche perché lei mi diceva sempre “vai a fare le tue cose, vai a cantare”. E poi non sarebbe stato giusto per il mio dolore togliere lavoro a tanta gente con famiglia. Mi ricordo però che finita quella serata da incubo mi sono chiusa in camerino e ho urlato dal dolore. Ho portato avanti la tournee sino alla fine, debilitata nell’anima e nel fisico. Ecco perché ho detto a me stessa: basta. E l’ho fatto commettendo l’errore più grande che potessi fare. In casi così bisogna imporsi di stare con le persone che ci amano. Perché c’è sempre qualcuno vicino che ci vuole bene, bisogna solo volerlo vedere

“Alza gli occhi e se vuoi tu vederlo potrai…”

Esatto, proprio come canto nel Cerchio della vita.  Io sono stata salvata dalla mia gattina Bimba, che con un semplice miao mi ha aperto la finestra sulla vita. Mi ha fatto capire che non potevo lasciarla, abbandonarla. Certo, andandomene mi sarei tolta il problema, ma avrei lasciato nei casini lei, mio fratello. I miei hanno lottato per un minuto di vita in più, io non dovevo  buttare la cosa più bella che loro stessi mi hanno donato. Sarebbe troppo da vigliacca togliermi di mezzo senza combattere per andare avanti, e loro non avrebbero mai voluto vedere questo

Qual è stato l’incontro che non potrai dimenticare mai?

Quello con Giovanni Paolo II. In un attimo è stato come vedere Gesù camminare sotto la croce. Quando lo incontrai era già sofferente, al punto che appena lo vidi scoppiai a piangere. Mi ricordo che davanti a me c’era Raoul Bova e continuavo a ripetergli di starmi vicino e di non lasciami sola. Non riuscivo neanche a muovermi dall’emozione, fu proprio il Papa a prendermi la mano. Mi faceva male al cuore vedere la sua sofferenza, al punto da pensare di aver davvero incontrato Cristo in terra. Quello fu l’incontro più toccante della mia vita

Parlando di progetti, sei uscita il 3 marzo col nuovo fichissimo singolo Baby don’t go, con  cui ricrei sonorità e atmosfera degli anni 80. Perché questo ritorno alla dance?

Vedendo quello che succede ogni giorno, mi sono detta: non abbiamo una vita di scorta, bisogna fare ciò che davvero ci piace. Ed io volevo tornare alla dance, perché mi è sempre uscita da dentro, dandomi gioia. È giusto far riflettere con le canzoni, ma in un momento così difficile ciò che più vorrei con la mia musica è aiutare la gente a distrarsi. Forse questo singolo è più pop dance di The magic of love, uscito l’anno scorso. Ma è un incontro fra le melodie anni 80 e le sonorità attuali. Il pezzo fra l’altro è stato da poco licenziato in Spagna, e presto inizierò proprio lì la promozione. È già fissata una data a giugno allo stadio del Barcellona, in occasione dell’evento mondiale del Gay Pride. Il 25 aprile inizierà invece il tour, che andrà avanti sino a settembre, e spero proprio di vincere per l’estate la paura di volare per fare tappa in Canada e in Argentina. Il 4 aprile, invece, sarò al Teatro Nuovo di Milano, ospite del concerto di Valerio Scanu