Ho ucciso Napoleone, tragicommedia al femminile

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Una scena di “Ho ucciso Napoleone” in questi giorni al cinema

In Ho ucciso Napoleone Giorgia Farina continua a raccontare il variegato universo femminile: «Mi sembrava giusto affrescare l’immagine di una donna contemporanea ché spesso, nel cinema italiano, viene ancora vista in maniera patriarcale. Nei miei film le donne sono libere, forti, moderne e indipendenti». La regista romana, vagamente ispirata da tutti gli stimoli inglobati nel suo periodo di formazione estera, questa volta tocca le corde esistenziali di una virago/androide interpretata da Micaela Ramazzotti: «Anita è una glaciale manager di successo, convinta di aver definitivamente rinunciato all’idea di famiglia in onore della carriera. Un giorno però, dopo aver scoperto di aspettare un bambino da Paride, il suo capo – che ha il volto di Adriano Giannini – con il quale manda avanti una relazione casual, viene licenziata. In un attimo perde tutto. La storia è praticamente il viaggio, spregiudicato e senza scrupoli, che la protagonista compie nel tentativo di riappropriarsi del proprio lavoro. Mette così in atto un piano diabolico, avvalendosi della collaborazione di alcune sgangherate spacciatrici di farmaci da banco – capitanate da Elena Sofia Ricci – e dal goffo e asservito Biagio (Libero De Rienzo), avvocato dell’azienda dalla quale è stata defenestrata».

Se in Amiche da morire la Farina aveva condito la storia con una piacevole atmosfera balneare, tipica del cinema anni Cinquanta – spalmando accenni a Germi e omaggi alla Monica Vitti de La ragazza con la pistola – alla sua seconda prova da regista cambia rotta: «La sceneggiatura questa volta si basa esclusivamente sulla sottile linea del “Niente è come sembra”, lasciando meno spazio all’azzardo. Sarebbe stato troppo facile ricalcare il successo della mia opera-prima. Per creare il personaggio di Anita, per esempio, mi sono anche un po’ americanizzata, restando fedele al tragicomico. Ho dei riferimenti molto importanti, come il cinema di Paul Thomas Anderson che fa capire che la vita non è solamente risata o dramma».

Alla maniera di Luigi Pirandello, Giorgia Farina tratta con umorismo e sarcasmo, situazioni e personaggi grotteschi: «Dentro Anita c’è un mondo emotivo inespresso che la spinge a indossare una maschera e una corazza. Molti film, soprattutto all’Estero, sperimentano ormai la commistione di comico e drammatico. Bisogna un po’ ampliare le visioni, non restare ancorati al provincialismo. Il tragicomico – come le nelle pellicole di Monicelli, convinto sostenitore del “Non c’è commedia se non c’è un morto” – pone un punto di riflessione, esorcizzando le nostre paure. Sono molto affezionata al genere in questione perché mi permette di guardare la realtà con occhi disincantati, esortandomi sempre a fare qualcosa di buono e positivo anche in chiave dark».