L’America “dissociata” di Skippy

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Vi capita mai di guardare scorci della vostra città o panorami naturali poco distanti da casa e pensare che ricordino in modo quasi fastidioso altre città o altri paesaggi? Basta la luce giusta o un punto di vista particolare e ci si trova a viaggiare con la mente dall’altra parte del munnamed1ondo; poi si sposta leggermente lo sguardo e tutto torna ad essere troppo conosciuto e quotidiano. Skippy, il cortometraggio realizzato dal regista Luca Cerlini, è un gioco di dissociazione dalla realtà che, con un uso sapiente di fotografia e location, porta sullo schermo non tanto l’America come realmente è, ma l’immaginario cinematografico con il quale abbiamo imparato a conoscerla e figurarla. 

Se esteticamente e visivamente questo è il punto d’arrivo, anche l’intento che ha dato il via alla produzione è altrettanto interessante. Skippy è infatti nato per frustrazione: dopo un periodo di intenso lavoro su video corporate e musicali, Cerlini – che è tra i fondatori del collettivo Secretwood – ha deciso di ritagliarsi del tempo per portare alle luce alcune immagini che aveva in testa. Non potendo realizzare i propri progetti perché costretto a fare i conti con scadenze e lavori su commissione per poter pagare l’affitto e le bollette, quel desiderio latente stava diventando un tarlo che a lungo andare lo stava in qualche modo consumando. Poco prima dei titoli di coda si può leggere un cartello che recita: “This short was made to remind ourselves that all we need to accomplish our project is simply creating them”. In altre parole: se vuoi realizzare qualcosa non ci sono scuse, semplicemente devi metterti all’opera e realizzarlo.

Se, come dice lui, Hollywood ha a disposizione un intero supermercato, Cerlini ha realizzato il suo progetto con un frigo mezzo vuoto, ma ha comunque trovato una ricetta che funziona. Ha selezionato sei location a pochi chilometri da casa e, cosa assai più difficile, si è ritagliato del tempo mentre gli altri erano in vacanza, prima nel gennaio 2014 e poi nell’agosto dello stesso. Ne è uscita una storia d’amore e morte che in soli sei minuti condensa quante più citazioni possibili del cinema contemporaneo più indipendente, quello di Nicolas Winding Refn, di Harmony Korine e di Derek Cianfrance per intenderci, il tutto accompagnato dalle parole di un brano tratto da “It” di Stephen King. Un corto esterofilo che professa l’amore per quella macchina magica che è il cinema e con esso l’immaginazione, la creatività e la capacità di chi lo fa ed è in grado di catapultarci in Oregon o in Louisiana anche se ci troviamo in una sala buia con un proiettore, davanti ad uno schermo o semplicemente nel campo dietro casa. 

Se siete curiosi, potete vedere il film completo all’indirizzo: https://vimeo.com/117780591