Fino a qui tutto bene. Il limbo degli studenti fuori sede

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Fino-a-qui-tutto-bene dal set

«Questa è la storia di un uomo che cade da un palazzo di 50 piani. Mano a mano che cade, passando da un piano all’altro, il tizio per farsi coraggio si ripete: “Fino a qui, tutto bene. Fino a qui, tutto bene. Fino a qui, tutto bene”. Il problema non è la caduta, ma l’atterraggio».

Così ha inizio L’odio di Mathieu Kassovitz (Premio per la miglior regia al Festival di Cannes nel 1995) ed è da qui che Roan Johnson ha preso in prestito le parole per il titolo del suo, anzi, ancor più in questo caso, del loro film: Fino a qui tutto bene, presentato nella sezione Cinema Italia all’ultimo Festival Internazionale del Film di Roma (dov’è stato insignito del Premio del Pubblico).

Entrambe le pellicole affrontano a proprio modo, in epoche e con soggetti diversi, il senso di precarietà e, se il regista francese ci offriva un ritratto delle banlieue parigine, realistico (quasi dal sapore verista), lucido e disincantato, qui il filmaker italiano (di madre materana e padre londinese) lo cattura, con toni dolci-amari, nello sguardo dei nostri giovani focalizzandosi su un momento particolare: la conclusione del percorso accademico.

«Questo film nasce dalle interviste fatte per il video L’uva migliore agli studenti dell’Università di Pisa (dove il regista si è laureato nel ’98, nda) che ci hanno insegnato a non arrendersi» è la dichiarazione che compare nei titoli di coda. Da quello che doveva essere il lavoro preparatorio per un documentario, Johnson ha percepito quanto quel materiale fosse materia viva immaginando, così, il suo secondo film di fiction, con un’urgenza tale che per realizzarlo è “bastata” «una garibaldina collaborazione degli autori, attori e tecnici». Fino a qui tutto bene è il frutto di una prospettiva diversa sui giovani, di chi vede in loro non persone accomodate o parcheggiate (come spesso si sente su piccolo e grande schermo), ma, (r)accogliendo le loro testimonianze, è stato colpito da quella voglia di rincorrere la propria passione per trasformarla in lavoro. Al contempo è il risultato dell’unione di lavoratori dello spettacolo, che mossi dall’onesta necessità di raccontare, si son messi a servizio della pellicola a “costo zero” (il guadagno dipenderà dagli incassi).

Vincenzo, Paolo, Ilaria, Andrea, Francesca sono al limen dell’età adulta, hanno vissuto per anni nella stessa casa, da fuori sede a Pisa, il “limbo” volge al termine e devono fare i conti con la piega che deve prendere la loro vita. Il linguaggio utilizzato dal regista (vedi il richiamo alle web series) sembra voler dichiarare l’attualità e, al tempo stesso, l’artigianalità dell’opera (il che non è sinonimo di tecnica rudimentale) così come la scelta ricaduta su interpreti giovani, bravi, senza che siano i soliti nomi di richiamo. C’è freschezza nel loro modo di vivere le difficoltà dell’oggi, merito anche di una sceneggiatura scritta a quattro mani con Ottavia Madeddu che non vuole strizzare l’occhio a nessuno, tesa a evidenziare la voglia di rimanere a galla e soprattutto di remare dei giovani (considerabili tali anche i trentenni): è questo che fa fare il salto dal microcosmo pisano all’obiettivo di raggiungere tutti, raccontando perdite, interrogativi, amori e aspirazioni di una generazione.

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locandina> Fino a qui tutto bene
di Roan Johnson
Con Alessio Vassallo, Paolo Cioni, Silvia D’Amico, Guglielmo Favilla e Melissa Anna Bartolini e l’amichevole partecipazione di Isabella Ragonese
Distribuzione Microcinema
Vedi il trailer del film