“E nascemmo”: una poesia di Giancarlo Pontiggia

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E nascemmo
alla vita che già c’era.
Le cose
c’erano, le tante, le inaudite
cose, di cui c’invaghimmo
poco a poco.

E noi guardavamo
l’aria che luceva
e piove e nevi
e soli che stagnavano, tiepidi,
nelle mattine troppo
quiete.

E guardammo, un giorno, i nomi
le parole prime, scure,
che dicono sì e no, che oscillano
tra le cose

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Pubblicata nel 2010, nella silloge d’arte Ho sognato il Tour, questa poesia ritorna, in nobiltà, nella raccolta complessiva Origini. Poesie 1998-2010 edita da pochi giorni per Interlinea, con un pensiero introduttivo di Carlo Sini. In altro contesto (come curatore dell’Antologia della giovane poesia italiana, titolata Il miele del silenzio ed edita da Interlinea nel 2009), Pontiggia scriveva che “siamo confinati – da troppo tempo – nell’ansa di un fulminato, sospeso, stupefatto quattrocentodieci della storia del mondo; ciò che sarà, della poesia e dell’uomo, ancora non sappiamo”. La poesia è sotto assedio (il 410 allude ovviamente al sacco di Roma di Alarico, esordio della fine dell’Impero romano, trivellato da una crisi di senso e di grandezza), in uno snodo della civiltà che comincia, probabilmente, l’Undici Settembre e prosegue, oscuramente, sulle sponde africane dove Sant’Agostino compilava La città di Dio e dove adesso spiccano teste come fiori, decollano i ruderi della nostra storia perché non alludono ad Allah e offendono il Corano. In questa blanda fine del mondo, la poesia dimostra una tenacia sotterranea, silente, si divulga in catacombe. Pontiggia, poeta pudico come pochi, combatte con verbi che provengono dall’alba di una nuova civiltà. In cui il tempo non esiste: a dettarle potrebbe essere un greco dell’epoca di Eraclito o un seguace di Luke Skywalker, appena sbarcato su un pianeta vergine. La dolce certezza nella parola prima, primeva, sorta ci salva da questo massacro barbaro e borghese.