Dario Brunori, non chiamatelo fenomeno indie

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brunori1Il 12 marzo dal Teatro Rossini di Pesaro partirà Brunori Srl: una società a responsabilità limitata, la tournée teatrale del cantautore calabrese, che tra musica e parole racconterà, appunto, la “società a responsabilità limitata” che ci circonda, con piglio ironico e disincantato. Per la prima volta Dario Brunori si cimenterà con uno spettacolo in bilico tra cabaret, teatro canzone e concerto, dove a monologhi intimisti (ma non troppo), che lo vedranno spogliato della sua chitarra, si alterneranno i brani del suo repertorio in un set completamente rinnovato.

Ci racconta un episodio Off dei suoi inizi?

Amburgo-Berlino in dieci ore, anziché tre. A causa del furgone rotto, abbiamo camminato in maniera spericolata sulla corsia d’emergenza rischiando l’arrivo della polizia e dell’ispettore Derrick, l’arresto e la condanna penale. Siano giunti a destinazione esausti e stravolti. Il concerto è iniziato con un’ora di ritardo. Un po’ come quello dei Blues Brothers.

Era spericolato già da piccolo?

No, per niente. Ero uno dei bambini più prudenti della storia dell’infanzia. Avevo paura di tutto ed ero una schiappa negli sport. Ero praticamente un loser.

Come il protagonista della canzone di Beck?

Esattamente, ma non chiedevo di essere ucciso.

La sua gavetta è stata semplice quanto una passeggiata intorno a casa o faticosa come la traversata sulla corsia d’emergenza tedesca?

Ho avuto la fortuna – partendo dalla Calabria – di suonare da subito, per poco e niente, al centro-nord. Direi che la componente della semplicità c’è stata, sì.

Quando il gioco s’è fatto serio?

Intorno al 2010, quando il disco d’esordio – dopo essere stato ben accolto dalla critica – si è aggiudicato il Premio Ciampi e la Targa Tenco. Suonammo in posti che consideravo mitologici, come il Circolo degli Artisti di Roma e La Casa 139 di Milano. Quando il pubblico ha iniziato ad affollare gli spazi, ho capito che l’imbroglio stava funzionando.

Rompiamo col passato. Sta per intraprendere una tournée senza un disco da promuovere.

È stato proprio questo il motivo che mi ha stimolato l’idea di uno spettacolo nuovo, senza vincoli promozionali, da poter plasmare a mio gusto e piacimento, in bilico tra musica e cabaret.

Cosa proporrà?

Brani ri-arrangiati e posizionati in modo logico all’interno della narrazione, canzoni malinconiche e orchestrine da cameretta, finzione e confessione, autobiografia e sociologia, e i monologhi che non avevo mai fatto.

I monologhi, da sempre, incoraggiano il pubblico a porsi delle domande.

Spronano prima di tutto me a trattare degli argomenti che in canzone non vengono fuori in maniera netta. Mi pongo delle domande e spero che arrivino anche al pubblico mantenendo inalterato quel registro ironico e scanzonato che da sempre contrassegna la mia produzione.

In un’èra in cui l’ultima fermata sembra essere l’indignazione, Brunori promuove l’ironia.

L’ironia mi ha salvato. Innocua e leggera, può essere usata per pilotare messaggi forti. Il sorriso funziona più di un urlo. Oggi siamo tutti incazzati, condurre alla riflessione attraverso l’ironia credo sia più efficace.

Siamo incazzati, ma dal populismo prima o poi s’ha da guari’.

Ecco perché bisogna ricorrere all’ironia, rigettando la logica del messaggio giusto nel megafono sbagliato.

Ok: Dario Brunori è un saggio nonviolento.

Non credo proprio.

Praticherebbe del buon killeraggio?

In realtà ho un carattere da Don Abbondio. Ecco perché a volte prendo le distanze da quel che mi infastidisce e mi disturba. Sprechiamo tanto tempo a parlare soltanto di cose che non ci piacciono, lanciando veleno soprattutto su Twitter. Sempre più spesso la critica è un atto autoreferenziale, praticato per il gusto di affermare la propria visione. «Chi sono io per giudicare gli altri? Chi è senza peccato scagli la prima pietra».

In verità le dico: ho sempre desiderato intervistare il figlio di Dio.

Mio padre in cielo mi ha suggerito di dire così.

Parliamo delle cose che le piacciono?

Sono molto attratto e attento alla tecnologia. Può rincoglionirci, è innegabile, ma ci dà la possibilità di far cose che da piccoli non avremmo mai immaginato: ascoltare musica, leggere libri, guardare film, raggiungere persone dall’altra parte del mondo in pochi secondi. Ovviamente – come dice la mia mamma – bisogna considerare il dolce e l’amaro, ma basta soltanto fare attenzione a non farsi travolgere.

Cos’altro le piace?

La nuova moda obbliga tutti a parlare di cibo. I format televisivi ormai spopolano a dismisura.

Parliamone.

Vivo un dramma personale, affronto la questione anche nello spettacolo: la mia compagna è drogata di format a sfondo culinario. Faccio finta di starle dietro, dilettandomi anche a preparare i piatti di Carlo Cracco.

Mette anche l’aglio nell’amatriciana?

No. Quella notizia ha fatto indignare l’opinione pubblica, ponendo in secondo piano i problemi reali del Paese. Credo sia stata diffusa a scopo strategico.

Per mantenere il successo bisogna mettersi in discussione, non crede?

A me sembra che funzioni molto di più la persona autoritaria, sicura di sé, che non osa e non mostra mai le proprie debolezze. Il ruolo del personaggio autoironico che mi sono cucito addosso, per esempio, mi permette di essere libero anche di sbagliare.

Vorrebbe scardinare qualche regola?

Ognuno di noi vorrebbe un mondo a sua forma e misura. La musica cosiddetta di successo a me non piace. Questo mi porta a concentrarmi su altri generi.

C’è qualche successo recente che non l’ha convinta?

Non esattamente. Ormai conosciamo le caratteristiche vincenti dei prodotti di successo. Non ho avuto grandi sorprese perché quel che funziona è sempre simile a sé stesso. Non pensavo, per esempio, che Fabri Fibra avrebbe riscosso tanto clamore. Questo mi ha sorpreso in positivo perché spesso i fenomeni riescono a farci tollerare anche quello che apparentemente sembra difficile da digerire.

La furia del popolo televotante ha recentemente consacrato i tenorini.

Credevo fossero apprezzati soltanto tra le fasce d’età avanzata, fra i nostalgici di Claudio Villa. Mi sbagliavo. Ma Sanremo è uno spettacolo televisivo popolare, non ci si possiamo aspettare risultati diversi dal suo target.

Brunori: l’icona indie che volge lo sguardo al Festivàl.

Non mi sono mai posto il problema. Ho sempre fatto musica che potesse piacere a tutti, non soltanto ai cultori delle sperimentazioni elitarie. Mi piacciono i fenomeni sociali.

Ci sarà una vita dopo la musica contemporanea?

Non saprei, è una domanda difficile. I fenomeni come Brunori SAS si alimentano attraverso la scelta del pubblico e del passaparola sul web, non certo dalla decisione dei grandi media radiofonici di inserirci in scaletta. Probabilmente un giorno cambieranno le regole di diffusione e la musica non sarà più stabilita dai dettami del marketing. Me lo auguro.

In Italia nessuno lo fa meglio di lei. Cosa?

La amatriciana, ovviamente; non ci metto l’aglio.

A parte Cracco, la maggior parte degli italiani non usa l’aglio per l’amatriciana.

Ma io ho un ingrediente segreto.

Ce lo dica.

Mentire in ogni occasione.

Facciamo la chiusa surreale?

Ma è vero: mento sempre, soprattutto nelle interviste.