Un anno di Renzi, lo stalinista soft

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Matteo Renzi

Uno slang nuovo, scravattato. Disinibito e modernista. Il divino Otelma della rivoluzione culturale di una provincia d’Europa. L’internauta. Tecnologia, postideologia, progressismo. Un anno di (Matteo) Selfie. Un anno. 365 giorni di goliardia al potere. Cinguettio per cinguettio. Il 24 Febbraio 2014, il Presidente informatico, incassò la fiducia delle Camere ed il Paese, incassò un sindaco fiorentino nel pieno di un’ambizione da secondo pubertà, in pieno volto.

Un po’ sessantottino, un po’ giocoliere. Un po’ progressista, un po’ regressista. Un po’ punk, un po’ rottamatore, un po’ concorrente de “La ruota della fortuna”. Un po’ divino, dal dono dell’ubiquità, un po’ Ras senza cravatta dalla fluida eloquenza. Degno erede di uno storico semidio suo conterraneo, il nuovo LoRenzi Il Magnifico. Un anno. “Arrivo, arrivo. #lavoltabuona”, quel 21 Febbraio 2014. Un anno di (Matteo) Selfie, ma anche di governo dei biologicamente giovani al potere, quelli dalla connessione veloce. Beati loro. Apostoli della nuova cultura del progresso liberale, ispiratori di un nuovo concetto multiculturale e multitasking, della democrazia giovane e sbarazzina, che affronta sfrontata, tanto da dichiarare guerra ai vecchi Leoni stanchi. Un anno di biondezza e gelato della Madia, di Tailleur della Boschi, da Ministro dell’InFerno di Alfano, un anno di beni culturali sprecati del pompeiano Franceschini. Un anno di lascia e prendi, di lascia o raddoppia, di propaganda soft-stalinista, di patti e prospettive. Di totalitarismo con la banda musicale in sottofondo.

 Un Premier di carattere, anzi di caratteri. Centoquaranta per l’esattezza. Un anno che va oltre e prova a reinventare la freschezza e sprovincializzare un popolo, sui temi etici – dai diritti omosex, unioni gay e civil partnership in poi- , che sfida il Senatus, riforma lo Stato, abolisce e risparmia, ammazza l’affarismo e la corruzione, che si fonda sulla Costituzione 3.0, che ricostruisce il lavoro, si prodiga per l’arte ed il patrimonio, che proprio sotto il suo ducato, si sgretola e si scheggia, da Pompei alla Barcaccia, ma che s’inventa l’artbonus per sostenere economicamente cultura e turismo. “#allafacciadeigufi #sicambiaverso”.

Matteo Selfie è l’uomo che ha reinventato la prosa politica. Che ha innalzato l’immagine del Paese nel resto del mondo, colui che lo ha incantato con “De de de” o con lo “Shish” nel memorabile discorso inglese di Venezia, al Digital Venice. Il Ras che incarna il concetto fondamentale di rivoluzione digitale, anche con un Paese che, sul web, viaggia lento come le prese di posizione di Alfano, ancora ad oggi, più della Namibia. Un anno. In principio era “Non mi interessa prendere il posto di nessuno, voglio fare le cose che interessano agli italiani. #Enricostaisereno”. Matteo Selfie è l’uomo che ha modernizzato la presa per il culo, più stoica e stringata di sempre. Che ha lanciato la sfida all’alta moda, al buon gusto, all’eleganza formale. Vincendola. È l’uomo che ogni compagnia telefonica per cellulari vorrebbe avere. Quello che ha l’abbonamento “Me and Italy”, da mille minuti di chiamate al giorno, mille sms al giorno e connessione infinita. 

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Matteo, uno che incoraggia alla battaglia. Perché non bastava il “carattere”, serve di più. Il paradiso degli Hashtag, quello di Matteo, come la ragione sociale di una friggitoria culturale di Novara. Un anno di supplì, “cancelletti” e mediocrità da bar: “Stai sereno”, “è la volta buona”, “proviamoci”, ma sì proviamoci. Mentre aspettiamo che arrivino Wurstel e patatine, quelle con la paprika, squisite, dando una pacca sulla spalla all’amico a fianco, con le braccia buttate sul bancone, disperato, anima persa che ha chiuso l’attività dieci giorni fa, con due figli a carico. Moglie. Pastelli, pennarelli, macchina/mutuo, frittata a cena.

Matteo nella sua veste divina, è ovunque. A capo del Governo. A capo del PD. A ridere con la Merkel, a tweettare nei confronti istituzionali, a guidare l’involuzione culturale, identitaria, valoriale, a garantire libertà e tutelare “l’altro”, a moltiplicare pani, pesci ed ottanta euro, appare nelle foto, di chiunque, dal vecchio Alpino al giovane Scout. E non importa che si abbia un bastone da selfie o sia ancora una mano a sorreggere lo smartphone, con semplicità, la stessa di una paese che lui vede “libero e semplice”, come nel Tweet del 22 Febbraio. E’ a scrivere moderne parabole di pace e semplicità, di coraggio. Al telefono con i Marò, ancora oggi, fin dal 22 Febbraio dello scorso anno quando “Ho appena parlato al telefono con Massimiliano Latorre e Salvatore Girone. Faremo semplicemente di tutto. #palazzochigi”. E’ da sempre “Al lavoro sul programma dei #millegiormi: infrastrutture, export, fisco, giustizia, lavoro, ict #lavoltabuona #mentreloro”.

Parola di lupetto, questa Italia un po’ Mattarella cambierà verso il monopolarismo totalitario: “Ci vorrà tempo, sarà difficile, ci saranno intoppi. Ma nessuno potrà più fermare il cambiamento iniziato oggi #italiariparte #lavoltabuona”. Un anno di cancelletti e di parabole, di Twitter e di progresso, di promesse e prolasso.  Un anno “Very bello”. Una parodia di provincia. 

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