L’impulso e il controllo, Thula

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017“Vietato NON toccare le tele”. Questo l’insolito monito sottointeso da Thula, pittrice romana di nascita e milanese di adozione. Ed effettivamente i suoi quadri, plastici e materici, fatti di volume almeno quanto di cromatismi, reclamano a tutta forza di essere accarezzati, per seguirne forme e spigolosità. Rischi non ce ne sono: afferma la pittrice che le sue opere sono perfino lavabili, con acqua e sapone. Le tele di Thula sono il risultato di un’approfondita ricerca sui materiali e i mezzi. Il lavoro viene generalmente svolto tramite spatola, a modellare resine bicomponenti – che solitamente hanno tutt’altra destinazione di utilizzo, ovvero la creazione di oggetti – in seguito colorate e poi finite con una laccatura a base di flatting da barca. Materiali inusuali, questi (ed altri ancora) usati dall’artista, a realizzare quadri aniconici in cui la ricerca dell’estetismo e della forza espressionistica è al centro dell’atto creativo.

I quadri di Thula sono opere spesso faticose, in particolare quelli grandi. Faticosi fisicamente, a causa dei vapori tossici delle resine da respirare, delle posizioni forzate per stendere la materia e per farlo presto, perché ci sono solo due ore di tempo prima che inizi ad essere non più malleabile. E questa fatica fisica, questa fretta obbligata che porta anche a una notevole fatica mentale, costringono la pittrice ad un gesto creativo che dev’essere al contempo di assoluto impulso e di massimo controllo possibile. La chiave per riuscirci è l’equilibrio: occorre saper liberare totalmente le proprie emozioni ed i propri sentimenti, e allo stesso tempo saperne dominare la forza drammatica affinché non prendano il sopravvento. Un equilibrio che è evidente nelle opere, che sanno apparire simmetriche anche quando non lo sono, che risultano liquide anche quando sono in realtà cristallizzate. Come nella natura stessa del vetro, solido che si comporta in un certo senso come un liquido.

032La mutevolezza insita nei quadri di Thula appare evidente muovendosi attorno ad essi, o cambiando le luci che li colpiscono e le loro inclinazioni: nuove forme paiono di volta in volta palesarsi, anche nelle più recenti opere totalmente bianche, che danno pertanto maggior spazio ed importanza alle forme volumiche. E in questo senso, molto affascinanti sono anche i più recenti lavori dell’artista, che sulle sue tele bianche proietta immagini di terre e di elementi della natura, che paiono animarsi di movimenti nuovi, astraendo la realtà dell’immagine stessa. Quasi fossero la leggendaria terra di Thule, mutevole e cangiante, di fuoco come di ghiaccio, presente e contemporaneamente assente: come è Thula stessa, nonostante il suo nome nasca da tutt’altra storia, più intima e familiare. Ma, si sa, nomen omen, e quindi tutto torna. E tutto scorre, ovviamente.

Dal 18 marzo le opere dell’artista romana saranno esposte al Museo del Manifesto Cinematografico di Milano con la mostra FLOWS