Isis: l’orrore in versione cinematografica. Considerazioni semiologiche

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Il video dello sgozzamento postato dall’Isis, al di là del raccapriccio, spinge ad alcune riflessioni semiologiche che vale la pena tentare, non fosse altro per capire fino in fondo con chi e con cosa dobbiamo misurarci.

Innanzitutto il problema della veridicità del documento. Molti siti complottisti, tanti post che girano in facebook, sostengono che dietro ci sarebbe una regia ben più raffinata di quella patente, e lo dimostrano mostrando come in studio con finto sangue, chromakey, ed effetti speciali, si possano replicare video del tutto simili a quelli girati dai terroristi. Cioè sostengono che i vari trailer degli sgozzamenti sarebbero comunque finti e montati ad arte (da qualche agenzia di spionaggio) per suscitare una reazione dell’Occidente contro i terroristi e i paesi a loro affini. E sia. (Un po’ quello che si sostiene dell’attentato dell’11 settembre, o del primo allunaggio).

Certo, seguendo il ragionamento non si capirebbe a fronte di attentati di per sé già straordinari perpetrati in mezza Europa, cosa potrebbe giovare a un controspionaggio un filmato splatter. E d’altronde, a maggior ragione, non si capirebbe perché dovrebbero i terroristi fare un fake avendo materiale umano e crudeltà in abbondanza.

Scorrendo le immagini – aggiunte sotto per i meno deboli di stomaco – valgono però anche altre considerazioni.

                                                 

Il montaggio: il film compresa la sigla in 3D, è frutto di un pensamento. Campi, controcampi, primi piani, piani allungati, rallenti, slow-motion, improvvise accellerazioni, e poi il posizionamento degli attori, la fila dei prigionieri in posizione svantaggiata rispetto ai carcerieri (i primi dimessi, i secondi possenti), il contrasto tra le vesti nere dei terroristi incappucciati e l’arancio squillante delle tute dei morituri, il mare alla fine che si tinge di rosso sangue, la voce del capo che inneggia contro i crociati, sono effetti molto, molto cinematografici.

Tanto che il realismo risulta subordinato alla messa in scena. Anche lo sgozzamento suscita meno orrore di quanto ci si immagini e di quanto potrebbe provocare un immagine vera (sempre che in assoluto si possa parlare di verità rispetto a un’immagine costruita). Di fatto, il risultato è depotenziato rispetto al testo da cui si partiva e rispetto alle ipotetiche previsioni.

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Credo che questa dimitutio sia causata da un montaggio medio (di tipo dilettantesco), meno efficace di quello superlativo delle odierne serie tv a cui sembra far riferimento, e neppure in grado di suscitare patos come riesce a un buon montato dichiaratamente fiction (pensiamo, per esempio, alla prima scena di Salvate il soldato Ryan o la morte di Mel Gibson in BraveHeart).

La finalità che persegue il terrorista, cioè la comunicazione che deriva dall’attentato (che è premeditata e altrettanto importante rispetto all’atto stesso), nel tempo dei social media determina paradossalmente uno scadimento delle potenzialità di generare terrore. Produrre un video per facebook o per le televisioni di tutto il mondo, un video che sarà twittato e linkato in milioni di visulizzazioni, triturato con gli i-like, e poi presto dimenticato nel flusso della comunicazione, sembra una stretagia perdente. Un tempo gli orrori si sedimentavano nella mitologia e resistevano millenni, ora scompaiono in un click.

Con buona pace dei terroristi: sarete seppelliti dalle condivisioni.

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