La versione di Vessicchio! Il Verdi di Sanremo

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Peppe Vessicchio come Verdi

La parte “off” di Sanremo si nasconde nella barba di Peppe Vessicchio o meglio dietro la sua bacchetta “magica” da direttore d’Orchestra. L’uomo con la faccia di Giuseppe Verdi, colui che silenziosamente muove “il tutto”, rappresenta la vera essenza del Festival, la musica appunto. E’ lui il vincitore morale di questa 65esima edizione, protagonista “da tappezzeria” su cui pende, ormai da oltre 20 anni, un’invisibile ma affilatissima spada di Damocle.
Pepppe Vessicchio nasce chitarrista, perché la chitarra classica era l’unico strumento che aveva in casa insieme ad una fisarmonica e ad un mandolino (da napoletano doc). Un artista nel senso più efficace del termine. Il genio che non ha bisogno di pezzi di carta per dimostrare le sue doti “Quando ero ragazzo non esisteva il diploma in chitarra ma c’era solo un attestato. La mia famiglia non voleva intraprendessi questa strada e mi mandò al liceo. Io però ho continuato a seguire i corsi al conservatorio da uditore ed ho studiato da autodidatta”. Il direttore d’orchestra più famoso dello stivale è dunque un talento naturale, di quelli che oggi cercano a tutti i costi di propinarci in tv “Più che talento una vera passione. Sono cresciuto con una classe di chitarristi che negli anni 80 ha trasformato il suo attestato in diploma. Io che non avevo nemmeno l’attestato non ho avuto il pensiero di diplomarmi”.
Resta uno dei personaggi più vissuti del Festival, uno che ha tanto da raccontare. Ora che i giochi sono conclusi parla di sensazioni diverse rispetto all’euforia che caratterizzava l’evento qualche anno fa “Il Festival in questi anni è cambiato come sono cambiate tante cose. Soprattutto l’emotività e l’attesa. Martedì sera quando abbiamo iniziato non c’era tantissima gente, gli altri anni le strade erano piene. Questo deve farci riflettere che gli ascolti non corrispondono spesso con il successo effettivo dal punto di vista musicale.”

Tante le responsabilità a suo carico, come l’arduo compito di dare quel tocco “sanremese” alle canzoni in gara “Noi dell’orchestra veniamo convocati tempo prima per provare le canzoni. Abbiamo circa un’ora per ciascun pezzo, un tempo abbondantissimo per acclimatare l’artista con quanto è stato concepito per il suo brano”. In questi casi, il momento più difficile da gestire arriva quando c’è di mezzo la musica elettronica “Gran parte della musica oggi viene realizzata con campionatori e artifizi che spesso hanno a che vedere con le leggi della fisica e dell’acustica. Far combaciare strumenti che hanno un suono naturale con l’elettronica è cosa possibilissima e bellissima ma talvolta diventa complicato se qualcuno non ha esperienza nel settore”. Ci sono poi i capricci degli “insicuri” che vivacizzano l’atmosfera durante le prove “Loro sono i più incontentabili. Chi è sicuro delle proprie capacità lavora bene. Quelli che invece continuano a protestare sono coloro a cui manca l’appiglio. Una volta la gavetta era tale che si arrivava a cantare senza mezzi di supporto ognuno era padrone della propria parte”.

A proposito invece del Festival appena passato, non si lascia scappare le sue “pagelle” “Mi è piaciuta la coerenza di Nek, ha portato sul palco una cosa sua ed il pubblico e la critica hanno apprezzato. Mi ha colpito anche la tenerezza di Raf. La sua è proprio una bella canzone, non meritava di uscire. Inoltre ha avuto molto coraggio nel lavorare Rose Rosse in una maniera così insolita durante la serata delle cover. Io conosco la sua storia ed è stato un tributo a Bigazzi, il suo primo produttore. Brava anche Malika, si era smarrita ma ora sta ritrovando sé stessa e questo l’ha premiata. Sono stato contento poi di vedere i risultati di Annalisa che è straordinariamente brava e di trovare finalmente un’altra Chiara, le cui capacità vocali sono eccezionali”. 

Infine una piccola parentesi sulla “mafia” dei talent, onnipresenti più che mai quest’anno e della cui scuderia è stato attivo componente all’alba dei tempi “I talent ci hanno abituato a voci magnificamente belle. Trovo però che a volte la fretta che ha il mondo discografico di bollare le qualità degli artisti non faccia bene. I prodotti devono essere meditati. La vecchia discografia insegna che un provino va fatto anche dieci volte, finché non c’è la totale convinzione da parte di tutti. Invece oggi un po’ la crisi un po’ il timore che il prodotto si bruci velocemente non permettono a questi ragazzi di esprimersi al pieno delle loro potenzialità nell’immediato”.