Il tatuaggio? È una questione di (alta) moda

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Può un tatuaggio essere considerato una forma d’arte così alta da essere comparata all’haute couture? Per decenni sostenuto da chi lo ama o lo ha, e snobbato da chi invece si è fatto ambasciatore di un’estetica più tradizionalista, un tattoo designer prova ad elevarlo al rango di emblema di un’eleganza moderna e contemporanea che possa camminare sotto braccio con le più sofisticate creazioni dei couturier di oggi.

Con un po’ di immaginazione sembra quasi di sentirle tutte quelle madri che solo un ventennio fa o poco più guardavano con orrore braccia, schiene o gambe dei figli freschi di tatuaggio. Per non parlare dei nostri nonni, che con raccapriccio additavano i ‘tatuati’, considerandoli cattivi ragazzi, dannati e ribelli. Complice forse il lavoro di Cesare Lombroso, che nel suo saggio ‘L’uomo delinquente’ affermava la correlazione tra i segni sul corpo e una condotta morale criminale, il tatuaggio ha fatto storcere il naso a molti fino a poco tempo fa, tanto che, prima che diventasse e si affermasse come una moda, i più coraggiosi, quelli che sfidavano il comune senso estetico, si lasciavano imprimere segni indelebili sulla pelle per poi nasconderli dall’occhio critico della gente in occasioni di lavoro o ufficiali. Forse in fondo è stata proprio l’aria da bad boy che il tattoo immediatamente conferiva, a renderlo nel tempo così intrigante, al punto che, al giorno d’oggi il tatuaggio è diventato quasi la divisa d’ordinanza di chi vuole ostentare, dire, decorare.

Lo scudetto della squadra del cuore, il nome di una fidanzata destinato poi ad essere coperto con un disegno tribale alla fine della storia, rose, animaletti, stelline o persino teschi, spuntano come funghi da t-shirt e pantaloni a segnare i corpi di giovani, e meno giovani, decisi a mostrarli spavaldamente sulle spiagge o in città. E se poi si cambia idea? C’è il laser, pronto a rimediare agli errori di gioventù, ad un trend momentaneo o ad un inspiegabile momento di follia.

La cultura del tatuaggio in verità è molto più radicata di quello che si possa immaginare. Non è nato come una moda –dolorosa ed indelebile- degli ultimi 10 o 15 anni. C’è sempre stato, chiamato a segnare tappe e momenti, ad omaggiare un credo – prima del divieto di Costantino, i Cristiani si tatuavano simboli religiosi a sostegno della propria identità spirituale, e sempre i tatuaggi marcavano le tappe della fede dei pellegrini nel medioevo- a raccontare storie, anche senza dire una parola. Una moda da seguire? È una questione personale, estremamente soggettiva. Ci sono temi ricorrenti – nomi di figli, di padri, di madri, impronte di animali da compagnia, motivi gotici e tribali, frasi che sembrano slogan di fortunati cioccolatini – che oggi tappezzano il corpo di chi sente il bisogno di lasciare un segno, nel senso più vero, delle fasi della vita che lo accompagnano, e ci sono invece persone che decidono di vivere come una tavola bianca lasciando le sole rughe a scriverne il racconto.

Il fatto è, comunque, che per molti farsi imprimere qualcosa sul corpo è diventato un trend, quasi come andare in giro con una bella borsa griffata, o con un paio di Jimmy Choo ai piedi. Ma se proprio moda dev’essere, allora, perché non puntare in alto? Perché non tradurla in couture, abbandonando disegni spesso grossolani in favore di motivi studiati per la persona e sulla persona, che possano fare invidia all’alta moda?

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Così, proprio nel tentativo di elevare il tatuaggio al rango di vera e propria arte figurativa, seppur permanente, Marco Manzo, tattoo designer fra i primi ad aprire a Roma uno studio dedicato a tatuaggi e piercing d’arte immediatamente dopo la legalizzazione della pratica da parte del Ministero della Salute alla fine degli anni ‘90, ha deciso di trasformare una professione, quella del tatuatore, in una vocazione dedita a regalare bellezza a suon di ago e inchiostro.  Archiviati motivi banali, fumetti, insetti e boccioli, Marco Manzo, che tra i suoi clienti vanta Gabriel Garko e Asia Argento (e tanti altri che non può citare per questioni di privacy), guidato dai disegni della sua partner professionale, Francesca Boni, ha rivisitato il comune concetto di tatuaggio trasformandolo in un’opera d’arte unica da indossare, sempre.
Dalla couture fatta di tessuti preziosi a quella impressa sulla pelle, al Maxxi Altaroma ha ospitato un evento costruito proprio per dimostrare come il tatuaggio possa diventare molto di più di una semplice tendenza. Anticipata da tre abiti di Gattinoni è entrata in scena la nuova alta moda da portare addosso, quasi dentro, quella capace di segnare il corpo con pizzi e merletti realizzati con lo stesso lavoro certosino che nell’alta moda impegna abili ricamatrici. Non è uno scherzo, né un gioco da ragazzi, per disegnare i motivi couture  il tattoo designer impiega fino a 50 ore, da concentrare, per i più resistenti al dolore, in poche settimane, o diluire nel tempo anche lungo tutto un anno. Il costo? Proprio come un’opera d’arte, unica, irripetibile, può variare da da 1500 a 5000 euro a seconda dell’area da trattare o dalla difficoltà del disegno, ma il risultato mira non solo a decorare con simboli che nella moda alta  sono sinonimi di eleganza, ma anche ad attenuare difetti, slanciare la silhouette, regalare fiducia e conferire bellezza, cambiando per sempre la comune concezione del tatuaggio, che sotto la sua guida smette di essere un amuleto da spiaggia, per diventare alta moda da sfoggiare direttamente sull’epidermide.

Una pratica, quella del designer, che sfonda i rigidi confini della professione del tatuatore, per sfociare sì in quella di un artista che usa gambe e schiene come tele bianche, ma anche del confidente, che raccoglie segreti e confessioni.
“Chi viene a farsi un tatuaggio spesso confessa cose, durante la seduta, che non ha mai detto a nessuno. Il tatuaggio è sempre legato ad un momento, ad un cambiamento, durante la seduta esce fuori di tutto, quasi come dallo psicologo, e il tatuatore diventa un confessore, qualcuno che segna in modo permanete la persona nella sua fase di passaggio”.

Tatuatore, artista, couturier o confidente? Difficile attribuirgli un’identità rigida, perché Marco Manzo, ambasciatore di una ricercatezza nuova che segna un passaggio nella vita e nel fisico, è un po’ di tutto questo.

di Donatella Perrone