Room Service: i nuovi talenti guardano al passato

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La moda non è sempre stata così mediatica. Prima di Facebook, Instagram e Twitter, prima delle passerelle patinate, delle dirette in streaming e del glamour paillettato di riviste e blog, la moda parlava ai suoi clienti incontrandoli da vicino, raccontandosi, permettendo ai suoi interlocutori di toccare con mano, nel vero senso della parola.
Prima dell’avvento della tecnologia insomma, la moda era per pochi, certamente non per tutti.

Se è vero che oggi più che mai per guardare oltre, espandersi, crescere e arricchirsi, la moda ha bisogno di comunicare, raggiungere le persone ovunque si trovino ed affermarsi così a livello globale, quello che ne ha pagato le conseguenze forse è l’aspetto più intimo e umano, lo stesso che qualche decennio fa permetteva a designer e clienti di creare un legame diretto e privato, e che offriva, nell’immediato, l’occasione di guardare da vicino la complessità dei ricami, le lavorazioni pregiate, il valore intrinseco dell’artigianato del lusso.

Proprio nell’ottica di ricostituire l’intimità del dialogo tra stilista e cliente è nato nel 2012 Room Service, una delle punte di diamante di AltaRoma, che, ad oggi, è riuscito a risvegliare il piacere del vissuto.
Sostituendo l’atelier con le suite del Rome Marriott Grand Hotel Flora il progetto, ideato da Simonetta Gianfelici, ex top model di successo oggi affermatasi come talent scout dall’intuito quasi infallibile, ha riportato le persone a dialogare con i creativi. Quello che sorprende veramente però è che una formula così romanticamente retrò coinvolga tanti giovani promettenti cresciuti praticamente a pane e tecnologia.

Da ragazzi talentuosi e soprattutto giovani ci si aspetterebbe, ad una prima riflessione, un approccio high tech, orientato verso i grandi numeri. E invece sono loro per primi a raccontare, ad invitarti a toccare, studiare, scoprire, tecniche che solo con la parola lusso possono fare rima. Soltanto attraverso la storia che si nasconde dietro ad ogni capo di questi artigiani 2.0 se ne può apprezzare il vero valore. E allora ecco che una clutch smette di essere semplicemente una borsetta, e diventa un oggetto plasmato dalle mani di un designer, Giuliana Mancinelli Bonafaccia, che le sue borse formato mignon le realizza scavando nel plexiglass, e aggiungendo poi dettagli architettonici, combinando materiali e lasciandosi ispirare da fotografie e texture. C’è chi, come Ida De Rosis, guarda al mondo dell’arte e ne traduce le opere più famose in borse dai pellami pregiati, su cui si legge, tra accostamenti e sovrapposizioni, l’estro di grandi come Mirò e Matisse, e chi trasforma le architetture imponenti in piccoli tesori di gioielleria costruiti come ponti e mega strutture, come il brand Co.Ro, delle romane Costanza De Cecco e Giuliana Giannini. La loro, ci tengono a precisarlo, è ‘Architecture à Porter’, piccoli grandi tesori urbani arricchiti da perle e bagnati in oro, da portare sempre con sé. Pezzi unici come quelli di Alessandro Di Cola, che con le sue Shootingbag1981 guarda al passato, lasciandosi sedurre da oggetti antichi per poi trasformarli in figure moderne che parlano di ricerca, capacità e saper fare e che portano alta la bandiera del made in Italy e delle sue eccellenze. Anche Nadiamari, 100% italiano, sfida l’omologazione mischiando passato, quello delle tecniche antiche, e innovazione. I suoi sono capi che nascono da accostamenti di materiali e motivi diversi, patchwork di stili e soprattutto di tecniche con le quali la designer inventa e crea stampe sempre nuove. Una sfida alla difficoltà espressiva comune a molti negli ultimi anni, condivisa anche da Ludovica Amati che lavora alle sue collezioni come fossero pagine poetiche dettate dai sentimenti. Cartoline d’altri tempi scritte per dimostrare al mondo che esiste ancora un movimento creativo che vive e pulsa lontano dalle logiche del lusso mainstream, proprio come le borse – e le sciarpe, le trousse e le t-shirt- di Chez Dédé, che insegnano a percepire la moda evitando i trend attuali in favore di bellissimi accessori estemporanei.
Nelle creazioni dei nuovi talenti quindi la modernità che ci si aspetterebbe dai coetanei lascia il passo all’amore per le tradizioni, alle ispirazioni romantiche, ai materiali pregiati, e anche alle proprie radici. Lo si capisce al primo sguardo entrando nella suite riservata a Vahan Khachatryan. Lui, ospite di Room Service, come i colleghi russi Gulnoza Dilnoza e Zulfiya Sulton, grazie al gemellaggio che lega l’evento alla creatività internazionale e che in quest’edizione si è concentrata sulla creatività russa, mixa eleganza e originalità alle icone russe caratteristiche che si confondono con le figure rinascimentali, sperimentando poi con materiali e silhouette. Non sorprende che il suo talento sia stato subito carpito da Dolce & Gabbana dove il designer ha mosso i primi passi, prima di lanciarsi nell’avventura della sua label personale.

Sono talentuosi e sono giovani, eppure per capacità e approccio sembrano designer navigati con decenni di esperienza, accesi dalla grinta e dal coraggio che solo la loro età sa offrire. Il più piccolo eppure già lanciato è Amato Daniele. Lui che di anni ne ha quasi 18, non vive come i coetanei con telefoni e tablet sempre a portata di mano, ma crea e disegna senza sosta, e soprattutto la moda la vive e la respira fin dalla nascita. È cresciuto tra le borse pregiate dell’azienda di famiglia, Leu Locati, ma ha orientato la sua professionalità verso tacchi e décolleté. Borchie, pelliccia, pellami pregiati sono all’ordine del giorno nel suo showroom, appendice di quello di famiglia. Ma non chiamatelo figlio di papà. Le scarpe prima di disegnarle ha imparato a farle, praticando in fabbrica tra gli artigiani del settore.

di Donatella Perrone

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