3 matti italiani contro il sistema dell’arte

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Sala immacolata al piano terra della Saatchi Gallery, il tempio londinese dell’arte contemporanea. Un capannello di visitatori si assiepa pensoso intorno a quello che sembra un passeggino, sì, un passeggino, carico di cappotti, una borsa, una baby-bag. “Interesting” commenta uno che ha l’aria di capirci. Gli altri si limitano ad ammirare l’installazione. Una donna affannata con una piccola in braccio fende il gruppo. “Scusate” ripete imbarazzata; afferra il passeggino e prosegue la sua visita.

L’aneddoto è vero e talmente delizioso che spero mi valga il perdono, se lo sfrutto per semplificare il grande tema di fondo del mercato dell’arte contemporanea: quello della mediazione fra artista e pubblico. Chi decide cosa è arte, decreta il successo di un artista, ne spinge le quotazioni, crea il mercato, nutre la bolla contemporanea? In sintesi, un quadrilatero che si autoalimenta: pochissimi galleristi legati ad artisti star, le grandi case d’asta, collezionisti ricchissimi, – che spesso vedono l’acquisto di un’opera come asset finanziario – fiere internazionali dai costi proibitivi. Alle fiere sono invitate solo le gallerie più consolidate, che hanno rapporti esclusivi con un numero ristretto di artisti affermati, che sono nel circuito delle grandi case d’asta, che impongono prezzi da record. Il resto? Artisti importanti, vincitori di premi nazionali e internazionali, che faticano a trovare spazi espositivi, rappresentanza, pubblico, compratori.

La questione è di quelle scomodissime, e ci volevano tre italiani pazzi, espatriati a Londra, per tentare di rompere questo circuito. Francesco Fanelli, imprenditore, Cristina Cellini Antonini e Chiara Canal, cofondatrici della galleria londinese Le Dame, hanno l’idea circa un anno fa. Vogliono imporre un nuovo modello di fiera, aperta ad artisti indipendenti, con costi accessibili e l’ambizione di ricostruire il rapporto fra artista e compratore. In che modo? Esponendo nelle stanze di un hotel. E’ una modalità espositiva diffusa in Asia, specie in Corea del Sud e Cina. Tentato già a Milano e Roma, ripreso a Bruxelles. Ma di solito degli hotel sono sfruttati gli spazi comuni: loro intendono allestire la mostra nelle stanze. In una formidabile italian connection coinvolgono Gioele Camerlenghi, direttore del modernista Melia White House Hotel a Marylebone, che coglie le potenzialità dell’idea, entra nel board e mette a disposizione tutto il primo piano del suo albergo.

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Una delle stanze allestite
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opere di Artrooms

Nasce ArtRooms, che ha debuttato proprio in questi giorni. Ha quattro obiettivi radicali: dare visibilità ad artisti indipendenti non ancora consacrati dal mercato (con quotazioni dai 1000 a 20mila pound); proporre un modello di business alternativo a quello prevalente; ristabilire il dialogo diretto fra artista (sempre presente durante la fiera) e possibile acquirente; ricollocare l’opera in un contesto di uso quotidiano, reale, come una stanza da letto, anche se d’hotel. Immaginate i lunghi corridoi di un hotel storico, le suggestioni cinematografiche e letterarie che evoca. Immaginate di poter scegliere di entrare nella stanza che più vi invita, perché dalla porta semiaperta intravedete un quadro, una scultura, il mistero di un’espressione artistica. Esitate. Varcate la soglia. Vi accoglie l’autore di quell’oggetto del desiderio. E’ circondato dai suoi lavori, che ha lui stesso provveduto ad allestire in un processo creativo ulteriore, a volte riuscito, altre soffertissimoLo spazio è così piccolo che parlarsi è ineludibile. Si crea un’intimità, a tratti imbarazzata, in altri casi così fluida e in-mediata da farvi precipitare in un mondo espressivo di cui fino a un attimo fa ignoravate l’esistenza.

E così per 90 volte, tante quanti gli artisti selezionati fra i 5000 contattati inizialmente. Per chi scrive, un’esperienza sorprendente – e molto coinvolgente. E per gli artisti esposti per ArtRooms che valore ha questo approccio? Lo spiega bene Lorenzo Belenguer, spagnolo, autore di preziosi pezzi di arte povera ora sapientemente disposti fra letto e comodino: “Una sfida. Sono abituato ad esporre nel white cubes, le sale bianche delle gallerie. Delego gli aspetti pratici, dal marketing all’allestimento, all’esperienza dei galleristi, al gusto dei curatori. E vedo il pubblico preferibilmente in open days che organizzo nel mio studio, una volta al mese. Così, ora sto nervosamente uscendo dalla mia comfort zone, dalla mia oasi protetta. E infatti per la disposizione dei lavori in questa stanza ho chiesto l’aiuto di un amico. Ma lo scambio con il pubblico è sorprendente: una dimensione nuova, a cui non ero più abituato ”.

“Quello attuale è’ un modello bloccato, che non funziona più. Lo strapotere delle gallerie, l’inaccessibilità delle opere, i fattori economici. Piattaforme internet (come saatchi.com) stanno aprendo una breccia, consentono agli artisti una visibilità globale che prima era impossibile; ma l’offerta è enorme, caotica. Resta la necessità della curatela artistica, di qualcuno che selezioni, scelga, promuova, sostenga, Il nostro è un esperimento, ma la direzione è quella: dare visibilità ad artisti indipendenti a costi sostenibili e rifondare il rapporto con gli acquirenti su basi realistiche” spiega Cristina Cellini.
Non ha caso, ArtRooms ha stretto un rapporto di partnership con il Bow Trust, charity londinese che sostiene artisti indipendenti.
La Cellini ha un passato di organizzatrice di eventi culturali in Italia; si è trasferita a Londra nel 2012 ed ha aperto, l’anno dopo, la galleria Le Dame con Chiara Canal. Hanno scelto una nicchia di mercato: selezionano artisti italiani e li fanno uscire dai confini nazionali.
Come Leandro Lottici, artista romano reduce da un promettente tour cinese, che alla galleria Le Dame debutterà a marzo con una personale. “A Roma le gallerie chiudono o si trasformano in “affittacamere”. Con pochissime eccezioni, sopravvivono affittando i loro spazi a chi fa arte per hobby e può autofinanziarsi una mostra. Il mercato è completamente fermo e uscire dai confini nazionali molto difficile”.
E’ proprio questa la scommessa di Le Dame – confluita in parte in ArtRooms. “Quando dicevo di voler portare l’arte contemporanea italiana a Londra, gli inglesi mi prendevano per matta. Obiettavano: l’Italia è ferma da almeno 20 anni, come può produrre arte che dica qualcosa di contemporaneo? Ma io sono convinta che sia l’esatto opposto. E’ proprio da un paese fermo che possono venire le voci più interessanti.”.
Una fiera così sarebbe possibile in Italia? “Mi è stato già chiesto di replicarla. Possibile, certo, e anche più facile da organizzare. Ma inutile, perché in Italia, per una proposta di questo tipo, non troverei compratori”.