I magnifici sette film indipendenti del 2014

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Proviamo a scavare. Cerchiamo nell’anno precedente le perle indipendenti – più nello spirito che nei diversi budget, mezzi e persino copie distribuite – che hanno saputo operare uno scarto rispetto a un mainstream sempre più fiacco e arido. Ne abbiamo trovate sette. E se non avete visto questi film, vi consigliamo di recuperarli.

anime nereAnime nere. L’opera cinematografica italiana più bella, sorprendente, coraggiosa del 2014. Francesco Munzi mancava all’appello da un po’, ma dopo Saimir e Il resto della notte, non tradisce. Anzi, fa un altro salto di qualità e regala un lungometraggio straordinario per ritmo e potenza visiva, per compattezza narrativa e livello recitativo. Una gangster story tra Calabria, Lombardia e Olanda, uno Scorsese ruvido all’italiana, il negativo di un’istantanea del nostro paese, visto dalla parte sbagliata. Un finale lacerante.
Un film d’autore e allo stesso tempo un capolavoro di genere. Un’opera libera e indipendente – e mantenerla tale al cineasta è costato moltissimo, forse anche due o tre anni di troppo per concluderla e realizzarla – che dimostra come anche il pubblico, che l’ha premiato, cerchi ormai altro. E soprattutto, di meglio.

BellusconeBelluscone. Una storia siciliana. Di fronte a La trattativa, a Venezia, giganteggiava. Mentre Sabina Guzzanti coltivava le sue ossessioni, Maresco le assecondava con lucidità e talento. E capisce, alla Gaber, che se hai un nemico, devi temere ciò che di lui c’è in te. O nel tuo paese. O, come in questo caso, nella tua regione. E così Berlusconi, pur attaccato ferocemente, diventa un pretesto, Belluscone appunto, per ritrarre una comunità nella sua degenerazione antropologica, nella sua incapacità di uscire da certe logiche perverse. Il tutto usando se stesso come protagonista assente, Virgilio fantasma e tracciando il profilo delle proprie debolezze, con dolcezza impietosa. Belluscone. Una storia siciliana è un lavoro che capiremo del tutto fra anni. E forse non è un caso che trova la sua grandezza nell’incompiutezza, firma del genio di Franco Maresco.

biagioBiagio. Pasquale Scimeca è un regista rigoroso e appassionato, una sorta di Verga moderno che sa guardare dentro la terra, la robbba, l’umiltà della povera gente e la meschinità di quella misera, per restituircela con un cinema serrato, mai compromesso, ispirato. Con Biagio incontriamo qualcosa a cui il regista non ci aveva abituato, un personaggio dal forte afflato religioso e allo stesso tempo un eroe normale, di tutti, che non fa della sua appartenenza qualcosa di totalizzante ma piuttosto qualcosa di profondamente empatico. Scritto bene, girato meglio, Scimeca qui sembra riuscire a essere persino più popolare dei lavori precedenti, dove la sua visione alta di questa Arte a volte lascia qualche spettatore fuori. Provate, alla fine del film, a non amare Biagio, a sopprimere la voglia di seguirlo. Non ci riuscirete.

 In grazia di DioIn grazia di Dio. Edoardo Winspeare ha uno sguardo e un sorriso da bambino. Se lo incontri, sorridi. Perché dentro di lui, su quel viso bello e pulito, trovi sempre qualcosa per farlo. E ha anche una sensibilità raffinata, la capacità di trovare la semplice complessità della vita in storie normali e quotidiane. Qui si parla di un forzato ritorno alla terra, della sua Puglia, di sua moglie (che qui recita da protagonista ed è bravissima, ma non interpreta se stessa), della figlia di lei Laura Licchetta (ti entra dentro), di un paese in crisi che cerca se stesso. Lo fa con un film lirico e carnale, femminile e sì, pure femminista, con un racconto bucolico che diventa parabola e dolcissima storia d’amore. Un gioiello. Che nel cinema indipendente fa tornare grande un talento vero.

 

neve-stefano-incerti-posterNeve. Stefano Incerti ha trovato libertà nell’assenza di mezzi. O nella scarsezza, meglio. Ha fatto il film che voleva, come e dove voleva, con chi voleva. Così, invece di preoccuparsi di fare un cast spendibile per finanziamenti pubblici o privati, ha semplicemente preso due interpreti bravissimi. Roberto De Francesco ed Esther Elisha. I loro silenzi, le loro espressioni sghembe, il loro dolore compresso, l’orizzonte opaco del loro passato, la voglia di andare oltre e altrove. C’è tutto in quella loro poliedricità, nel desiderio di non fare la cosa più facile, di saper toccare anche il lato nascosto delle loro e delle nostre anime. Persino Massimiliano Gallo, che si ritrova dentro un personaggio da stereotipo, tira fuori una giocata da maestro. Così la Attili e ancor di più Angela Pagano. Ma parlare tanto degli attori rischia di farci dimenticare che questo noir fatto di ghiaccio bollente ha un grande cineasta che fa l’impossibile, regalandoci un Duel con le catene da neve.

smetto quando voglioSmetto quando voglio. Vi sto vedendo. Già contestate. Per budget e distribuzione non possiamo chiamarlo indipendente. Ma una commedia precaria, briosa e senza i banali crocevia a cui facciamo fermare le nostre risate qui in Italia, è indipendente. Nello spirito e nelle idee, nel dare a Stefano Fresi, interprete eccezionale, un ruolo di spicco, nel voler dire cose su una generazione fantasma che spesso vengono ignorate. Nel riuscire a riderne a crepapelle. Persino nel pubblicizzarlo in maniera diversa, sulla Rete e altrove. Smetto quando voglio è, speriamo, l’inizio di un ricambio generazionale, oltre che un gran film. Si può ridere, eccome, parlando a chi guarda le serie tv ed è nel terzo millennio, senza gli schemi abusati da almeno 30 anni da chi vuole far ridere.

 

Tre Tocchi LocandinaTre tocchi. Molti non l’hanno capito, questo film di Marco Risi. Uno che ha lavorato con grandi attori, in progetti ambiziosi e che ora, per una storia di spogliatoio, sceglie la marginalità produttiva, una generazione di attori precari che incestuosamente forse vampirizza, per raccontare una storia maschile e pure un po’ maschilista, senza politically correct a far da comodo nascondiglio. Con loro, il regista, gioca a pallone due volte la settimana. Con loro gioca la sua partita bella, sporca e pure un po’ cattiva. Tre tocchi è un’opera discontinua e anaerobica come sa essere il calcio, che ne è centro e pretesto, è fatto di strappi e pause, è più Napoli che Barcellona, è individualismo e coralità. E’ brutale e raffinato. Da vedere, altroché.

1 commento

  1. me li annoto, a parte “smetto quando voglio” l’unico visto, grazie Boris

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