Scandalo in sala, la storia segreta del cinema italiano

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Non è certo un caso che un film sulla storia del conflitto tra i maiuscoli Potere e Cinema in Italia inizi con queste tre immagini temporalmente separate: Mussolini che proclama la “cinematografia come l’arma più forte” ponendo la prima pietra dell’Istituto Luce, il papa Pio XII che indica i compiti e i doveri del cinema per il “film perfetto” e un Andreotti giovanissimo che ricorda le numerose sedute dell’assemblea costituente dedicate alla Settima Arte. Perché, in definitiva, sono queste le forze che, con volti diversi (le famose “due chiese” che includeva anche il PCI), hanno gestito il cinema in Italia. E che si sono scontrate con i film che negli anni hanno fatto Scandalo in sala. Che è anche il bel titolo del documentario di Serafino Murri e Alexandra Rosati prodotto e distribuito da Istituto Luce – Cinecittà.

Il lavoro si concentra sul racconto delle vicissitudini, non solo censorie, di sei eterogenei titoli – “Totò e Carolina” di Monicelli, “La dolce vita” di Fellini, “Salò o le 120 giornate di Sodoma” di Pasolini, “I pugni in tasca” di Bellocchio, “Ultimo tango a Parigi” di Bertolucci e “Todo Modo” di Petri – attraverso i quali vengono ripercorsi quarant’anni di storia del nostro paese con il ’68, la strategia della tensione, gli anni di piombo… Con le testimonianze, i ricordi e lo sguardo dei cineasti Marco Bellocchio, Bernardo Bertolucci, Francesca De Sapio, Marco Tullio Giordana, Wilma Labate, Nanni Moretti, Vittorio Taviani ma anche l’analisi critica di Alberto Crespi e del particolarmente illuminato Monsignor Dario E. Viganò.

Una storia conflittuale, fatta di aiuti al cinema italiano ma anche di controllo (con il paradigmatico caso di Andreotti che da una parte ha cercato di finanziarlo e dall’altra di censurarlo), di amore e odio verso il neorealismo (i famosi panni da lavare in casa) e la commedia all’italiana che restituiva l’inconscio degli italiani. E poi i cambiamenti epocali. La diminuzione delle sale, l’irruzione dell’immaginario delle tv private di Berlusconi, la battaglia persa di Fellini perché la pubblicità non interrompesse l’emozione dei film, la legge sull’audiovisivo di Veltroni che, secondo gli autori, consegna il cinema “a un sistema di finanziamento da parte delle emittenti che di fatto diventa l’esercizio di un controllo sostanziale su forme e contenuti dei film da realizzare”. Perché oggi il vero scandalo in sala è la mancanza di opere così potenti.