Se il Papa dice “rinuncio” arriva l’Apocalisse

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Dove la Chiesa ufficiale molla il colpo arriva lo scrittore.debutta stasera al teatro Astra di Bellaria lo spetacolo tratto dal libro di Davide Brullo
Paolo-Graziosi
Paolo Graziosi, protagonista della piece di Davide Brullo

Niente più onori, niente più cariche, niente più incombenze, niente più dispositivi terreni. Un Papa “emerito” (si proprio lui, Benedetto XVI) in una cella. In solitudine assoluta. A rammemorare momento e luogo in cui il Dio gli ha parlato, o forse a scovare buio e silenzio della divinità in lui e nel mondo.
Uno scenario che a lume di teologia e di filosofia un credente si poteva legittimamente aspettare dopo l’atto rarissimo quasi inaudito di Joseph Ratzinger, sceso dal Soglio di Pietro. Il ritiro, la preghiera, la meditazione.
E invece non è successo. Le “dimissioni” di Joseph Ratzinger sono sembrate quelle di un qualsiasi presidente di una qualsiasi repubblica, per non dire (provochiamo, naturalmente) quelle di un qualsiasi Ceo di una qualsiasi multinazionale. Dimissioni, nuova elezione, un successore che abbraccia il predecessore, passeggia con lui nei giardini Vaticani. Mentre il mondo, che ha scelto da qualche secolo la bandiera della laicità per non dire dell’ateismo, plaude, abbastanza soddisfatto. E mentre in ambienti intellettuali della Chiesa stessa si parla apertamente della volontà di “de-sacralizzare” la figura del pontefice. Una Chiesa, in buona sostanza (e tremano le mani a scriverlo) dissacrante.

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Davide Brullo, Rinuncio, Guaraldi, 2014

Ma dove la Chiesa ufficiale molla il colpo arriva lo scrittore e il drammaturgo. Stasera al teatro Astra di Bellaria va in scena Rinuncio, la piece teatrale tratta dal romanzo omonimo di Davide Brullo (Guaraldi, pp. 139, 12,90 euro). Il libro, bellissimo e spietato fino al paradosso, ha rischiato di finire in cinquina al Campiello, sponsor d’eccezione la presidente della giuria Monica Guerritore. Da lì è nata la messa in scena sempre di Brullo, con Paolo Graziosi, geniale attore di teatro (gli esordi nel Romeo e Giulietta di Zeffirelli), volto noto della tivù (è in Distretto di Polizia IX, è stato Alcide De Gasperi nella serie K2. La montagna degli italiani), ma soprattutto nel cinema (ha lavorato, tra i tanti, con Marco Bellocchio e Francesco Rosi e Pupi Avati, era Aldo Moro ne Il divo di Paolo Sorrentino): attualmente è nelle sale con Il giovane favoloso di Mario Martone (interpreta lo zio di Leopardi, Carlo Antici). L’allestimento scenico è di Antonio Rinaldi, le musiche dal vivo di Emiliano Battistini.

E, visto che la Chiesa molla il colpo ma lo scrittore e drammaturgo no, torniamo alla scena iniziale. Un papa emerito (si proprio lui, Benedetto XVI) in una cella, in solitudine assoluta, circondato dal nulla. E da topi.  Una ricapitolazione della propria storia personale in cui esplodono episodi di puro horror teologico (“Il mondo vorrebbe vedere due papi […] insieme a concelebrare messa, magari la liturgia pasquale. Saremmo due stregoni -il papa bianco e il papa nero- che macellano l’Agnello.”), in cui il contrasto tra la carica ricoperta in passato e la miseria del corpo attuale mozza il fiato, in cui il migliore amico del papa emerito è un ratto di nome Pietro, come il primo successore di Cristo.

Ci si domanda se Brullo, nella sua narrazione dell’abisso, abbia voluto illustrare una modalità per essere santi che confina con la gnosi, con un ribaltamento dei valor terreni quasi blasfemo ma recuperato da una trascendenza anch’essa ambigua. Ci si chiede in parallelo se, alla fin fine, la decadenza del mondo e dell’uomo sia la strada destinale per il trionfo del Dio e se quindi l’uomo abbia il dovere di assecondare il declino, spingere dalla parte del Nulla nell’attesa di una redenzione affidata all’Enigma. Intorno a questo testo, insomma, si condensano una serie di interrogativi nutriti della migliore riflessione teologica, quella più scabra, indifferente al tran tran consolatorio dell’umano troppo umano: e stiamo parlando dei pezzi più violenti della Bibbia (di cui Brullo è traduttore) come di pensatori border line (e anche oltre il border) come Meister Echkart.
Ci si pongono insomma, tutta una serie di interrogativi che la visione dei due papi, l’attuale e l’emerito, a spasso per i giardini sembravano aver fatto dimenticare. Le gerarchie, e la Chiesa, a volte mollano il colpo. Gli scrittori a quanto pare no.