Corrado Rustici, il genio segreto della pop music

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La sua chitarra si è imposta in una serie di produzioni internazionali, da George Benson, ad Aretha Franklin a Whitney Houston. Ma non solo. Corrado Rustici è anche lo scopritore di tanti talenti italiani. Senza di lui Zucchero non sarebbe stato Zucchero, Elisa non sarebbe diventata Elisa, i Negramaro non avrebbero avuto “quel” sound. E aggiungiamo l’ultimo Ligabue. Rustici è il genio segreto dietro tanto pop italiano e internazionale. Ma lo sanno in pochi, e lui, che la prende moolto zen, ama definirsi “il milite ignoto” della musica. 

Le sue origini partenopee sono ancora piacevolmente presenti in un accento che a distanza di anni non riesce ad abbandonare. Sua nonna, tipica matrona del Sud, gli regalò un mandolino quando era ancora bambino, ma è stato suo fratello Danilo, membro storico degli Osanna, ad accendere in lui il desiderio di domare uno strumento, oltre, chiaramente, ai Beatles e Jimi Hendrix.

Fondatore di due band rock prog nostrane diventate leggenda, i Cervello ed i Nova, la sua storia ha dell’incredibile. Lui è Il ragazzo incosciente e squattrinato che mangiava lumache per pagarsi gli showcase in una Londra fibrillante, ma è anche l’uomo “ponte” che ha portato in Italia le sonorità d’oltreoceano. Grazie alla sua affascinante esperienza, in cui vanta collaborazioni d’eccellenza, interminabili session dai risvolti splatter (“dopo 8 ore di prove le dita iniziano a sanguinarti” racconta) ed una continua sperimentazione, ha maturato una concezione ideale e personale del fare musica. Una visione artistica che parte dalle tecnologie digitali per una rivoluzione del suono. Un progetto che lo tiene a lavoro da quasi sei anni e che lo vedrà, forse per la prima volta nella sua carriera, protagonista indiscusso della scena.

Dici di sentirti cittadino del mondo però in effetti il tuo avvicinamento alla musica lo devi proprio alle tue origini partenopee, c’entra un mandolino vero?

In verità io scelgo di tenere dentro di me tutto il bello dei paesi che visito e in cui ho vissuto, ecco perché sento di appartenere al mondo. Nascere a Napoli mi ha dato delle cose uniche che ho portato con me qui in America. Sono cresciuto in una famiglia molto musicale, all’età di 5 anni mia nonna mi mise il mandolino in mano, come sto facendo io con mio figlio di due anni e mezzo oggi.

La musica è qualcosa di molto vicino alla tua famiglia, tua madre era direttrice di un coro, tuo fratello Danilo musicista e tuo collega, ad un certo punto. Che rapporto avevi con lui?

Ho sempre avuto un bellissimo rapporto con Danilo, è stato lui che ha destato più di tutti il desiderio in me di fare musica. Era il mio eroe e la persona più figa del mondo. Poi ebbe tantissimo successo. E’ un uomo incredibilmente intelligente ed è stato la mia fonte d’ispirazione. Abbiamo 6 anni di differenza e probabilmente per lui è stato bello vedermi seguire le sue orme.

Dai Cervello ai Nova, due capitoli importanti di rock prog italiano. In cosa furono diversi rispetto al panorama musicale di allora?

Agli inizi degli anni 70 il panorama italiano era un delirio. Da una parte c’era il progressive che ha ispirato poi tutto il mondo. Le band che hanno prodotto qualcosa in quegli anni sono diventate delle leggende. Non era un clima però commercialmente valido. Per fare concerti o eri parte di un’ala politica che ti strumentalizzava oppure non suonavi. Per questo motivo quando decidemmo di fondare i Nova ce ne andammo in Inghilterra. Nel 74 facemmo i bagagli. Volevamo confrontarci con i mostri sacri della musica inglese ed U.S.A., poter imparare qualcosa da loro.

Con i Nova hai mollato tutto per andare a Londra. Tempi non facili, si narrano leggende metropolitane sulla vostra vita di allora, si parla addirittura di lumache mangiate nei parchi…

Si è vero, nel mio giardino perché ero rimasto senza una lira. In pratica ci facemmo prestare dei soldi per andare fuori, all’inizio facemmo degli showcase per i discografici inglesi. L’Europa non era unita e viaggiare era sicuramente più difficile di adesso. Arrivammo al punto in cui ci finirono i soldi ed io rimasi solo per tre mesi. Mangiavo le lumache dal giardino e non sapendo nemmeno cucinare le ingoiavo proprio così. Ero giovane ed incosciente ma erano gli anni in cui potevo farlo.

Durante i quattro album della band avete suonato con tantissimi artisti come Phil Collins, Percy Jones, Zakir Hussain, Narada Michael Walden, musicisti diventati amici. Cosa ti hanno insegnato e chi di loro è stato fondamentale nella tua carriera?

Degli artisti che hanno collaborato ai nostri dischi sicuramente Narada Michael Walden ha rappresentato la mia svolta come musicista. Ho imparato che non basta studiare, la musica è un linguaggio immediato e quando sei con i maestri anche il solo stargli accanto, guardarli suonare, ti insegna tanto. Devi confrontarti con le grandi anime per fare la differenza.

Mentre invece cosa hai imparato da George Martin?

Tutto. Io dico sempre che la tecnologia è fondamentale per il cambiamento, anche nella musica. George Martin ed i Beatles hanno capito l’arte della tecnologia discografica sfruttando le potenzialità del multitraccia ad esempio. Tutto quello che sappiamo oggi viene da la.

Cosa vi siete detti quando vi siete incontrati?

George Martin mi fu presentato nel 1975 nei suoi studi quando stavamo per registrare il primo disco dei Nova. Lui era lì con Jeff Beck. Ci siamo rivisti poi mentre producevo per Zucchero. In quell’occasione ho avuto la fortuna di ringraziarlo a nome dell’umanità per tutto ciò che ha fatto e ci siamo messi a parlare per ore. Io mi sento molto attratto dal suo modo di creare musica. Lui è un produttore artistico nel vero senso della parola, prima che questo ruolo venisse cioè frammentato in diverse figure.

Da Londra agli U.S.A. cosa spinse i Nova a prendere questa decisione?

Entrammo in classifica in America. Naturalmente si trattava del mercato più grande. In Inghilterra ormai era il periodo dell’esplosione del punk. Ricordo che durante una session incontrai John Mc Laughlin, che era il mio eroe, e lui mi disse una cosa che non dimenticherò mai “Per ogni musicista europeo è importante andare negli States e viceversa”. Io volevo partire per scontrarmi col mondo del blues, del rock, del jazz tutto ciò che gli inglesi copiavano e facevano diventare loro. Quindi ci trasferimmo, fu come andare sulla luna ma si rivelò utile per tutti.

Perché i Nova si sono sciolti?

Musicalmente non eravamo più quelli dell’inizio, ognuno stava prendendo la propria strada ed io avevo bisogno di sperimentare. Narada Michael Walden era a San Francisco e mi chiamò per formare un gruppo. Da lì iniziò un nuovo capitolo della mia vita ed un lavoro di produzione che facemmo insieme per tutti quei dischi anni 80 che ci portarono tanto successo

Ti sei ritrovato d’improvviso a suonare al fianco di Aretha Franklin, George Benson e Whitney Houston. Negli U.S.A. hanno mai avuto pregiudizi per il tuo non essere d’elite ed appartenere ad un genere lontano anni luce dal soul e dall’r’n’b?

Il pregiudizio era che io fossi italiano, lo capivano subito dal mio accento, mi chiamavano “spaghetti rock”, quindi ho dovuto dimostrare con molto più impegno quello che sapevo fare. Per fortuna avevo questa fame dentro, una voglia irrefrenabile di confrontarmi. Narada Michael Walden mi insegnò tanta disciplina ma mi lasciava anche sperimentare. Fu un grande laboratorio, un nucleo di bravi musicisti dove io ero il più giovane. Le registrazioni erano ancora analogiche, ricordo c’erano session di 8 ore, mi sanguinavano le dita.

Poi sei arrivato in Italia ed hai scoperto “l’x factor” di Zucchero, com’è nata la vostra collaborazione artistica?

Tornai in Italia dopo 5 anni di esilio negli Stati Uniti. Elio D’Anna, uno dei membri dei Nova, mi chiamò per presentarmi Zucchero. Mi disse che voleva che io mettessi insieme una band ed arrangiassi questi brani che stava producendo. In una settimana registrammo Zucchero and the Randy Jackson Band. Poi andai via perché non ero molto interessato al progetto. Dopo mesi mi chiamò Zuccherò, in procinto di andare a Sanremo e mi chiese una mano per Donne. In seguito venne a San Francisco e arrangiammo Rispetto. Il brano ebbe così tanto successo che decidemmo di lavorare insieme a Blue’s.

Qual è il suo lavoro di cui vai più fiero?

Oro incenso e birra ha cambiato la storia della musica italiana, prima di allora non era mai stata fatta una cosa del genere. C’era una tempesta perfetta di canzoni, idee e musica. Portai il sound americano in Italia e Zucchero me ne diede la possibilità. Credo sia stato il lavoro più utile.

In Italia hai fatto un po’ il Re Mida, tutto ciò che toccavi diventava inevitabilmente oro, Elisa ed i Negramaro ad esempio, cosa hai trovato in loro che ti ha ispirato?

E’ come dire “Cosa trovi in una persona per innamorarti?”. Caterina Caselli mi fece vedere un video di Elisa, mi piacque subito, pensai ci fosse qualcosa da fare e così me la mandò in California dove lavorammo a Pipes & Flowers. Idem con I Negramaro, ascoltando una demo capì che c’era un diamante che andava sfaccettato. Loro saggiamente usarono quello che venne fuori dal nostro lavorare insieme facendolo proprio.

Negli U.S.A. lavori con grandissimi artisti, eppure ti ritroviamo spesso in Italia, cosa c’è degli artisti nostrani che ti piace così tanto?

In verità non seguo il panorama musicale italiano, sono abbastanza ignorante a proposito ed ormai torno raramente in patria. La musica italiana non è mai stato un mio punto di riferimento, evidentemente il mio destino è aver fatto da ponte per un certo tipo di sonorità, e continuo a farlo con grande piacere. Non guardo classifiche e non seguo, non la capisco. Ogni tanto però le cose valide mi arrivano e se sono interessanti ci lavoro.

Cos’è per te la musica?

La musica è Arte e come tale deve dire qualcosa che non è facilmente concepibile dall’uomo. E’ una dote che non hanno tutti perché sono pochi coloro che possono guardare oltre l’orizzonte della persona normale. Bisogna pensare all’arte visuale in maniera di versa. In questo senso la tecnologia è fondamentale. Con il digitale si possono fare cose che con l’analogico non immaginavi nemmeno. Cose creativamente incredibili ma nessuno ha il coraggio o la visione di farlo. Mi piacerebbe avere la possibilità di parlare e condividere le mie idee sul futuro della musica, creare un laboratorio. Anche se non mi sento bene nel ruolo di chi sale sul podio e parla.

Possiamo dire che la tua è una vita dedicata alla musica, soprattutto degli altri, perché a parte la parentesi Cervello e Nova, da solista hai pubblicato 3 dischi mentre hai dato tanto per rendere indimenticabile la produzione di artisti internazionali…

Io sono un milite ignoto, ho avuto la fortuna di non essere stato limitato da un ruolo popolare. E questa cosa mi piace. Forse se fossi rimasto in Italia mi sarei messo anche a cantare, ma il mio destino era un’altra storia. Credo che sia arrivato il momento di dedicarmi un po’ più a me, anche se mi piace ancora essere utile agli altri.

La scena musicale ha ancora bisogno di te, senza dubbio, a cosa stai lavorando adesso?

Sono a lavoro da 5 anni mezzo ad un album che spero di pubblicare nel 2015. Io credo che la musica vada registrata quando bisogna comunicare qualcosa. Mi sono messo in testa di fare un disco esclusivamente basato sulla chitarra acustica ed elettrica. Tutto quello che si sentirà e che potrà sembrare violino, batteria, fiati, voci, tastiere non è né elettronica né midi ma solo chitarra modulata da me. Ci ho messo tanto, infatti dopo 5 anni sono solo a 7 brani, ma non ho mai sentito nessuno fare una cosa del genere e ne sono molto orgoglioso.