Saggi: Isabella d’Este, la Peggy Guggenheim del Rinascimento

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Nata a Ferrara nel 1474 e morta a Mantova nel 1539, Isabella d’Este è ormai un mito nella storia della raffinatezza, della civiltà, dell’arte e delle vicende politiche europee. Di lei hanno scritto moltissimi, spesso a proposito e ancor più spesso a sproposito; soprattutto quando a occuparsi della sublime Marchesa sono state delle scrittrici, le quali – a partire dalla per altro grande Maria Bellonci – hanno sovente manifestato l’inquietante tendenza a identificarsi con Isabella e ad attribuirle pensieri e reazioni, che in realtà l’incomparabile principessa non si è mai sognata di manifestare.

La leggenda relativa all’Estense prese corpo mentre ella ancora viveva, e sono tanti i riferimenti reperibili nei documenti coevi sulle sue doti politiche, sul suo senso estetico nonché sul suo indomabile carattere, volitivo e caparbio. Basta sfogliare i rapporti degli ambasciatori del tempo, con particolare riferimento al carteggio degli oratori veneti, per trovare giudizi che la riguardano, giudizi estasiati o apertamente denigratori a seconda delle tendenze politiche dello scrivente; sebbene s’intraveda quasi sempre un’ammirazione che neppure l’antipatia più profonda riesce a soffocare del tutto. Poche, però, sono le valutazione obiettive, anche perché la stessa Isabella era abilissima nell’avvolgere la propria figura e le proprie azioni in un aura favolosa dalle forti valenze autocelebrative.

I primi studi scientifici sulla marchesa risalgono alle esaustive indagini archivistiche condotte tra XIX e XX secolo da Alessandro Luzio, spesso in collaborazione con Rodolfo Renier. Purtroppo anche l’illustre storico marchigiano, cui dobbiamo moltissime scoperte di eccezionale rilevanza, rimase vittima del fascino travolgente dell’ineffabile Estense; di conseguenza i suoi giudizi su di lei peccano di eccessivo entusiasmo. Oggi, pur confermandone le innate doti politiche, ci si è resi conto che Madamma, trascinata dal suo carattere impulsivo, commise non pochi errori di valutazione abbastanza rischiosi, come fece del resto il marito Francesco II, a torto bistrattato da tanti ricercatori, il quale va invece rivalutato.

Inoltre, fermi restando la sua raffinata educazione e il suo gusto ammirabile, la celebre Estense non dimostrò sempre una vera competenza in campo artistico o letterario: non poche volte, spinta dal desiderio (anche snobistico, perché no?) di possedere il meglio del meglio, di alimentare la sua fama di sofisticata intellettuale, si lasciò traviare da giudizi approssimativi, disprezzando oggetti di indubbio valore e andando in visibilio per cose alquanto mediocri. Del resto, fu lei stessa la prima vittima della propria leggenda: la divina Marchesa non poteva sbagliare, tutto ciò che faceva in campo politico o in quello del mecenatismo era per sua stessa natura perfetto, impareggiabile, magnifico, eccezionale, ineguagliabile; secondo quel mito di “Machiavelli in gonnella” e della “decima Musa”, che conobbe larga fortuna già presso i suoi contemporanei.