“Ogni maledetto Natale”, provocazione fallita

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Ogni-maledetto-natale-557x262-sollazzoForse abbiamo capito: non è cambiato il cinepanettone, s’è solo diviso in tanti cinetorroncini più light, con budget meno ampi e volgarità più contenute. Insomma niente mani che ravanano nei deretani di tacchini farciti, docce sessualmente pericolose, battute da osteria. Non siamo Boldi e De Sica, al massimo qui facciamo impugnare il cavallo dei pantaloni a Valerio Mastandrea – in una delle scene più riuscite, a dimostrazione che nulla è volgare se fatto bene – o ci regaliamo battute sui filippini che sembrano scritte da Massimo Ferrero.

Per anni abbiamo aspettato frementi la fine del monopolio cinenatalizio di De Laurentiis per ritrovarci, al posto di un prodotto trash ma a suo modo scult, tanti filmetti mediocri. Certo, che lo sia anche Ogni maledetto Natale fa male. Perché Torre, Ciarrapico e Vendruscolo, forse, hanno voluto fare un’autocitazione metacinematografica con questo film: in Boris il film il mitico René Ferretti doveva fare un cinepanettone, alla fine. Ecco, questo qui sembra quello che intravedevamo in quel lungometraggi, senza il razzo a peti. E a scriverlo sembrano gli sceneggiatori di Boris la serie tv, quelli che con un tasto del pc risolvevano tutto.

A sentire le loro dichiarazioni doveva essere una commedia corrosiva questa, un attacco alla famiglia, alle sue tradizioni, alle convenzioni ipocrite e alle meschinità di questo paese. Sulla carta ci provano pure, ma alla fine i registi cercano solo la gag del singolo: i personaggi grotteschi e parossistici di Caterina e Corrado Guzzanti – bravi, ma così potevi metterli ovunque -, un Giallini usato al minimo, Pannofino asciato lì a urlare, Mastandrea a far ridere per ciò che i suoi personaggi hanno di diverso rispetto alla sua personalità reale e non per le sue (grandi) capacità attoriali, qui destinate a due macchiette comunque ottimamente rese.

Recita una scena, con insopportabile voce off: “sono pochi gli amori che resistono al Natale“. Aggiungiamo noi che qualche amore forse resiste, ma il cinema no. Qui peraltro quello che stupisce è che i tre autori, geni veri, si appoggiano su schemi triti e ritriti, andando dalle parti di Alessandro Genovesi, visto che almeno la prima parte è incredibilmente simile a Il peggior Natale della mia vita (a sua volta debitore di Ti presento i miei). E già quello tutto era fuorché un capolavoro.
Cattelan, pur valido nell’esordio, poteva essere De Luigi, la splendida Mastronardi la Capotondi, Abatantuono al posto di Giallini e così via. Cinema intercambiabile, perché pure i panettoni alla fine non è che cambino molto da marca e marca.

Ci eravamo illusi, l’anno scorso, quando sotto Natale uscì Spaghetti Story e andò benissimo. Speravamo fosse l’inizio della fine di una commedia sciatta e sempre uguale sotto l’albero e l’apertura a opere indipendenti e non necessariamente con palle colorate e costumi rossi. Ma se il buongiorno si vede dal mattino – ci mancano ancora Parenti passato a Lucky Red e De Biasi nuovo pupillo di Filmauro -, siamo messi male. Anche perché sul trio terribile di Boris avevamo puntato tutte le nostre speranze di festività cinematografiche esilaranti, politicamente scorrette e intelligenti. E invece il Natale li ha cannibalizzati. Chissà che un giorno non ci racconteranno la vera storia di questo film, di come l’han fatto diventare la pallida copia di una commediola già fatta. Sono riusciti a ridicolizzare la tv della fiction, sapranno farlo anche con il loro cinepanettoncino, soprattutto dopo esserne rimasti vittime insospettabili.