Da Cecchi Gori al Viperetta, il cinema nel pallone

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ferrero-557x262-sollazzoE ci risiamo. Ecco di nuovo che il virus del calcio si insinua nel cinema. E si sa che quando succede, l’uomo di cinema ne uscirà piuttosto a pezzi. Eppure a nulla è servito l’esempio di chi l’ha preceduto al buon Massimo Ferrero, nell’ambiente noto con il soave soprannome di Viperetta, per evitare di arrivare al porto da cui non si fa ritorno.

E già, perché prima di Aurelio De Laurentiis e Massimo Ferrero, abbiamo già avuto Cecchi Gori alla Fiorentina e Berlusconi al Milan. Il primo e l’ultimo, in maniera diversa hanno resistito: il primo nel calcio ha trovato una passione nuova, un divertimento che l’ha visto vincente in una cavalcata trionfale che dalla serie C l’ha portato a due Coppe Italia e a due qualificazioni (e mezza) alla Champions League. D’altra parte però il cinepanettone va scemando, anche cambiando nome, Verdone sembra in declino (almeno come regista) e Veronesi è fuggito. Troppo divertente curarsi di Benitez e Higuain, per trovare ancora così interessanti De Sica e soci.

Berlusconi durante l’epopea Milan, che lui ha reso il club più vincente d’Europa e il secondo nel mondo, ha dato molto al cinema italiano. Ma ora la sua Medusa sembra trovarsi in acque persino peggiori del suo Milan più brutto, ovvero quello attuale. Per non parlare del fallimento del progetto Penta, società cinematografica messa su con Cecchi Gori, ambiziosa quanto effimera. E proprio Cecchi Gori vide, alla morte del padre, bruciare un impero per quell’amore viola. Lo consumò l’ambizione, a Vittorio, una gestione sportiva ed economica troppo allegra ed emotiva, un’istanza di fallimento e una giustizia sin troppo severe a differenza di altri atteggiamenti ben più condiscendenti di tribunali fallimentari e affini verso altri imprenditori. E siccome il mondo del calcio è piccolo, ma quello del cinema di più, a cannibalizzare parte di quell’impero ci pensò proprio il nuovo patron della Samp Massimo Ferrero, produttore di Tinto Brass ma anche – come produttore esecutivo, però – di Mery per sempre e Ultrà, che è divenuto esercente rilevando il circuito Mediaport e, appunto, quello del gruppo Cecchi Gori, multisala Adriano compreso.

Fossimo nei sampdoriani, non staremmo tranquilli, il buon Viperetta probabilmente viene chiamato così perché non ama mantenere le promesse: dei due circuiti promise di non toccare livello occupazionale e di tenere aperte le sale. Ovviamente ha licenziato, creato spaccature con la forza lavoro e chiuso diversi cinema. Altro che comprarsi Cassano, il buon Sinisa Mihajilovic speri di tenersi Regini ed Eder.  Scherzi a parte, ci si chiede come mai piuttosto che investire nella Settima Arte (che nel frattempo è finita a metà classifica, altro che 7^), questi imprenditori investano danari, tempo e ingegno sull’azienda calcio, tra le più aleatorie, rischiose e poco limpide delle imprese.

Dovrebbe farci riflettere, questo, sullo stato di salute di un’industria che un tempo era un fiore all’occhiello non solo della nostra cultura, ma ancora di più della nostra economia. E ora, invece, ci ritroviamo al punto, come riporta Bellinazzo del Sole24ore nelle sue accurate e interessanti analisi, che nell’azienda Filmauro il Napoli è divenuto la colonna portante. E di sicuro il buon Aurelio De Laurentiis è quello che le due attività ha saputo sposarle al meglio, non crollando sotto il peso di una delle due né facendosi vampirizzare dal calcio.
Il calcio è l’oppio dei popoli? Ora, pare, anche dei cinematografari. In fondo siamo in tempi in cui Pierfrancesco Favino e Silvio Orlando pubblicizzano il calcio su Sky, rivelando la loro fede, nota peraltro, per la Roma e per il Napoli.

Certo è che, volendo dire una cattiveria, rispetto a Silvio, Mario, Vittorio e Aurelio, ora andiamo peggiorando. Perché Ferrero, almeno dalla prima conferenza stampa, non sembra molto meglio come presidente di una società di calcio che come produttore cinematografico o investitore in linee aeree. A dirla tutta non è che si ricordino successi clamorosi al botteghino per ciò che ha proposto sul grande schermo, ma deve averlo aiutato l’impero caseario della moglie Laura Sini e il loro successo negli Usa a trovare la “grana” – perdonate la battutaccia – per comprare le sale della Safin o per ripianare il passivo doriano.

La verità è che con un Cassano ci si farebbero almeno tre buoni film in Italia. Con il suo solo stipendio. Ma si preferisce il campione di Bari a un bel lungometraggio.
Forse però è anche colpa nostra: tra lo stadio e un cinema, voi cosa scegliete?