Un miliardo di euro in due sere. Record alle aste

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Christie’s e Sotheby’s macinano profitti, mentre da noi il mercato dell’arte contemporanea (e anche quello dell’arte antica) resta al palo. Perché?

Un miliardo circa di euro, tra martedì e mercoledì sera. Non male, per due aste di arte contemporanea. A new York succede anche questo. Christie’s nella evening sale diPost-War & ContemporaryArt” ha superato i 852 milioni di dollari, la cifra più alta mai realizzata in un colpo solo. Sotheby’s la sera prima ha realizzato 343.6 milioni di dollari. Segno che l’arte tira: Andy Warhol va oltre gli 80 milioni di dollari, Cy Twombly ha sfiorato i 70, de Kooning i 30, Rothko ha centrato i 45… Anche a Londra, un mese fa, si sono realizzati record, perfino gli artisti italiani hanno spiccato quotazioni mai viste: per esempio un acrome di Piero Manzoni battuto a 17 milioni di sterline.

E in Italia? Perché in Italia le cose non vanno allo stesso modo? Certo, Milano non è New York, e i grandi collezionisti di arte contemporanea preferiscono acquistare altrove. Il mercato nazionale è però ristretto anche per altri motivi, per esempio l’iva sulle opere d’arte, la cui aliquota è la più alta d’Europa. E poi per un malcelato senso di pauperismo: chi compra arte viene considerato un ricco, “schedato” dal redditometro, come se i quadri fossero un lusso, un bene superfluo e non un potenziale mercato economico.

E per l’arte antica o l’archeologia? Di cui noi dovremmo essere i Re? Perché anche in questo settore non siamo primi? Stesso discorso, chi compra e vende arte antica è visto come un tombarolo o un approfittatore, un barbaro che saccheggia. E in nome di questa mentalità, lo Stato ama notificare in maniera massiccia ai privati le opere. Un’opera notificata, ovviamente, può essere venduta solo all’interno dei confini nazionali, e tutti sanno che perde di valore in modo drastico. Ma serve notificare tutto? Con i musei che tracimano, è sensato sottoporre a notifica altre opere, se non quelle che effettivamente arricchiscono il patrimonio italiano? E per le altre, non sarebbe meglio lasciarle al mercato, far sì che possano essere scambiate e acquistate anche in altri Paesi? Che male c’è? Le opere hanno sempre viaggiato. Ed infine per l’archeologia, dove ogni collezionista è visto come un tombarolo o un acquirente da tombaroli, non varrebbe la pena iniziare un censimento così da far emergere, senza timori, i pezzi di cui non si può più tracciare la provenienza, visto che la legge ha più di 100 anni e in mezzo ci sono state due guerre?