“Chung, ovvero nel centro”. Lara Martinato sulla scia di Ezra Pound

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Un corpo a corpo con il grande poeta americano, nel nome di una pittura che celebra il nostro lato nascosto

Scalare Ezra Pound è un’impresa. La sua opera resiste nel Novecento come una terribile vetta, un orrido profondissimo, un ghiacciaio corrusco: ascesa, discesa, semplicemente traslazione prevedono comunque difficoltà, imprevisti, crepacci, vertigini. La bellezza d’altronde è l’emergere del tremendo. E lo sguardo di uncle Ezra è tremendo, severo; perfino da vecchio, nel mitico tempus tacendi, quando gli occhi si fanno cerulei e la lingua si intorpidisce, egli resta affilato e ossuto. I Cantos sono un monumento, ancora incompreso a pieno, per densità e precisione: si tagliano a strati, e ogni strato trattiene il fossile incastonato nel raggrumarsi del calcare. “La tradizione è una bellezza che noi conserviamo, e non una serie di catene che ci leghino” egli scrive; e noi pensiamo all’affastellarsi di rimandi e citazioni che non sono mero sfoggio di cultura, bensì incorporazione e rinnovamento in un continuo vortice creativo. Possibile che un americano conosca così bene la civiltà europea fin dagli albori del greco e del latino da divertirsi a condensarla nel proprio lavoro per farne altro; possibile che conosca così bene la nostra poesia da furiare in italiano come, quasi meglio, di Dante (cfr. il canto LXXII); possibile che conosca così bene la cultura cinese da spargere a piene mani ideogrammi, qui e lì, alla maniera di Mencio.

ezra poundOltre i Cantos, sta il resto: i saggi letterari, per esempio, le divagazioni sull’economia che distrazioni non erano, gli scritti di critica d’arte e in questi il vorticismo e l’imagismo, le traduzioni da molte lingue, il lavoro di scopritore (quanto deve a lui l’altro monolite del secolo, Thomas S. Eliot, almeno per la prima potente prova, La terra desolata), e poi una vita sconsiderata, i viaggi e lo studio, la lotta, il Fascismo e il campo di concentramento (americano), la gabbia esposta agli elementi della natura, l’ospedale psichiatrico, fino alla sepoltura nell’amata seconda patria, l’Italia. Non poco. “L’uomo che ritorna alle origini lo fa in quanto desidera comportarsi in quel modo che è eternamente ragionevole” egli dice. Ed è per questo che ritornare alle lui, alle origini attraverso lui, appare ragionevole come prendere acqua a una fonte eternamente in moto. La stratificazione concettuale e della forma permette infinite sintesi e analisi che come sentieri nel bosco si diramano fino quasi a perdersi, mai però completamente, essendo solo momentanee sottrazioni dell’intero.

Certo non è semplice attraversare la foresta che è Pound, specie se si sceglie la parte misteriosofica, quella alchemica, quella più oscura la quale attira e fa perdere in meandri bui, prima dell’illuminazione. E a maggior ragione, farsi ispirare per dipingere da chi nel manifesto del Vortex, agli albori delle Avanguardie novecentesche, spiega che il vorticista si basa solo “sul pigmento della sua arte, nient’altro”, da chi innalza lo scultore morto giovane Henri Gaudier-Brzeska a capostipite della nuova arte e degno suo superatore solo il sublime Brancusi, da chi nella matematica e nella metrica fa risiedere la perfezione della forma e dunque la bellezza. Compito arduo, il cui risultato non può che essere per approssimazione, un tendere senza raggiungere il centro, il chuu cosiddetto, o come lo definisce Pound “Chung/ nel centro/ sia in linea verticale che orizzontale…”; tendere al Chung, ovvero al centro, nel mezzo, dentro, è il compito che si è data Lara Martinato, ossessionata dall’asperità del genio nato ormai un secolo e più a Hailey, nella Contea di Blaine, Idaho, Stati Uniti d’America, e poi emigrato altrove, residente a Rapallo, morto a Venezia e lì sepolto.

A maggior ragione, nello streben romantico senza fine, le opere della Martinato, pur corredate dai versi dei Cantos che tracciano il solco, non sono analogie né similitudini (cose peraltro aborrite da Pound nel suo manifesto), né cercano una qualche recondita somiglianza, bensì incarnano lo spirito del poema, cercano nella compostezza della forma antica l’armonia che ne discende, inseguono l’eterno mutarsi della bellezza che è un affastellarsi profondo di significati. La pittura si è dunque rarefatta nei fondi oro, simboli di un percorso alchemico che dal nero tende alla luce, in cui le figure solo vengono adombrate; la materia si è densificata fino al punto di essere l’unica presenza; le citazioni caravaggesche diminuiscono, pur restando in alcune tele e tavole il tema della metamorfosi; e anche gli exploit pop spariscono lasciando campo a rimandi filosofici arditi, a “memento mori” meno consolatori, a visioni oniriche infernali che prendono spunto dalle cere anatomiche tardo settecentesche, ma il cui primo rimando è il teatro anatomico seicentesco, e ancor prima l’anatomia artistica leonardesca, e risalendo indietro si giunge a quelle pratiche che confinavano tra magia, occultismo, alchimia quando nelle cavità del corpo si cercavano i liquidi primordiali e l’anima. Non si distingueva dunque tra mago e artista, entrambi tentavano la via dell’eternità, della trasformazione dei metalli, della conoscenza esoterica, per pochi.

* dal catalogo della mostra

> Chung. Ovvero nel centro.
personale di Lara Martinato
palazzo Cusani, via Brera 15, Milano.
Inaugurazione 13 Novembre, ore 19,30
Dal 14 al 18 novembre, in occasione di BookCity.
Catalogo C.A.S.A.

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