Ornella Vanoni 80 anni di grandi successi

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Può raccontarci un episodio OFF degli anni della gavetta?

Ornella VanoniIo non so cosa sia la gavetta, ho fatto la Scuola del Piccolo non avendo né sacro fuoco né amore, perché non sapevo cosa fare… evidentemente invece dentro di me questa passione è nata e si è sviluppata. Passati i due anni del Piccolo, sono diventata la compagna di Strehler, ma non ho mai recitato con lui, se non in una piccola parte nei “Sei personaggi in cerca d’autore”. Prima ancora di inventare “Le canzoni della Mala” avevamo scritto delle canzoni finto populiste per “I Giacobini” di Zardi, e io andavo su tremebonda, sono stata per anni timidissima, insicura. Un giorno Strehler mi disse: “Ornella, se tu sali su quel palco è un miracolo, perché hai un grande talento ma non hai i nervi per sostenere tutto questo.” Per anni sono stata sempre male, non dormivo… Poi quando ha inventato “Le canzoni della Mala” io ho cantato un’ora e mezza subito, a momenti morivo dallo spavento, non ho dormito per venti giorni.
Poi ho sposato Lucio Ardenzi, un giorno ero nella vasca e lui mi ha detto: “C’è “L’Idiota” di Achard, se riesci a portare il tuo lato infantile sul palcoscenico hai vinto!” Io a momenti affogo! Non avevo mai recitato, avevo fatto la scuola, tutti dicevano che ero brava, però questo era un ruolo di protagonista assoluta… Mio marito aveva una dote, si chiudeva con l’attore, dava un giro di chiavetta e accadeva il miracolo! Il giorno dopo ho recitato e sui giornali hanno scritto “La rivelazione del teatro italiano”.

La sua carriera è contrassegnata da incontri importanti, da Strehler a un grande impresario come Lucio Ardenzi a Gino Paoli: come li ricorda a distanza di anni e che importanza hanno oggi nella sua vita?

Strehler è stato mio maestro di vita e di teatro, Gino Paoli è stato il ragazzo con cui scoprivamo e ascoltavamo le canzoni francesi e americane, è stato un grande amore. Per fortuna lui è ancora vivo, siamo amici e ci vogliamo bene, sono molto legata alla famiglia Paoli. Lucio Ardenzi mi ha portato alla recitazione, ma era una battaglia tra Ardenzi e Strehler: Ardenzi voleva dimostrare a Strehler quanto ero brava e lo ha fatto. Strehler non era contento di questo, quando ci siamo lasciati mi ha detto “Se tu mi lasci ti odierò per tutta la vita”. Ma non era vero, quando si è innamorato di Andrea Jonasson l’ho cercato e si è ammorbidito…

Le due anime di cantante e attrice hanno sempre convissuto armoniosamente in lei?

Armoniosamente… Ho recitato – ho fatto “Commedia d’amore” con Albertazzi e mi sono molto divertita – ma a un certo punto ho scelto la musica perché mi fa volare, dà un valore aggiunto alla parola, soprattutto la cosa bella della musica è che puoi cambiare il testo con un pezzo che ti viene in mente, mentre quando reciti devi sempre partire dal concetto dell’autore.

Secondo lei, una cantante che recita ha una marcia in più degli altri artisti?

Sì, in genere ha una marcia in più quando sta sul palcoscenico. Io ho una tenuta di palco che ho imparato guardando Strehler provare, perché vivevo fisicamente con lui, alle prove ho assimilato moltissime cose.

È uscito in questi giorni il suo nuovo album di inediti “Meticci (io mi fermo qui)”, a sei anni da “Una bellissima ragazza”. Di che cosa parla?

Erano anni che volevo scrivere questo disco. La valenza che do alla parola ‘meticci’ non è solo quella dell’incrocio di razze, le parole si muovono sulle zattere e traghettano vari significati, quelli vecchi e quelli nuovi che vogliamo dare noi. Meticci sono le persone difficili da inquadrare, con una personalità più variegata della norma: spesso sono artisti (oppure sono matti, non lo so…) la gente che si interroga sul perché delle cose senza mai stancarsi, che va in profondità, che riesce a riconoscersi in mezzo a una folla distratta, chi vive ai margini, chi si sente come se avesse l’olfatto sopraffino di un randagio, gli artisti che riescono a creare mondi diversi in cui abitare, chi nonostante gli anni che passano riesce ancora a innamorarsi di tutto.

Ci sono delle collaborazioni importanti con Battiato e con Nada, poi c’è un omaggio a Lucio Dalla…

C’è un omaggio a Lucio, “4 marzo”, perché più meticcio di lui non c’era nessuno… mi manca molto. Ho chiamato Battiato, mi ha mandato un bel pezzo, “Aurora”. A Nada, che ho sempre adorato, ho chiesto un pezzo che parlasse di un bambino che la madre perde in mare… Ha scritto un capolavoro, “Il bambino perduto”.

Che consiglio si sente di dare a un giovane che comincia questa carriera?

Prima di tutto consiglio di capire se si ha la natura per fare questa carriera. Se si ha una voce di una certa qualità, particolare, che può interessare. Poi di ascoltare tutti i grandi del passato, di assimilare, perché è così che ci si forma e poi si trova la propria misura. Per durare ci si deve preparare. La giovane Amy Winehouse era nata grande cantante, la più grande del momento, era una Billie Holiday moderna. E cosa aveva di grande? Deve aver ascoltato le più grandi cantanti tutta la vita [intona “Love is a losing game”].

So che è difficile scegliere uno tra i propri figli, ma qual è la sua canzone che può essere la colonna sonora della giornata di oggi?

“Domani è un altro giorno si vedrà”. Una canzone è vincente quando dall’inizio becca il cuore delle persone. E una giornata in cui ti prende la malinconia credo sia capitata a tutti, dai bambini agli adulti.