C’è speranza per il grande cinema? In sala qualcuno vince

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il giovane favoloso-557x262-sollazzoIl giovane favoloso, è ufficiale, ormai ha performance da blockbuster. L’opera targata Palomar – bravo Carlo Degli Esposti, che ultimamente non ne sbaglia una (si pensi al successo televisivo di Braccialetti rossi) – ha avuto anche la fortuna di avere in 01 distribution una distribuzione attenta e fiduciosa. Le 200 copie e spicci con cui è partito il lungometraggio di Mario Martone hanno consentito una copertura realmente nazionale e un passaparola omogeneo che non costringesse gli appassionati di cinema a fare chilometri per vederlo.

Le prestazioni al box-office sono straordinarie, anzi “favolose”, con medie copia altissime e trend addirittura in ascesa come successo, forse, nel recente passato, solo con Le vite degli altri. Un fenomeno che potrebbe ribaltare molte delle nostre convinzioni. Molti pensavano che gli otto milioni di budget spesi da Martone e soci fossero troppi, così come il milione e più dato dal MiBact. Bene, sbagliavano: probabilmente si copriranno questi costi e si darà un senso anche economico al finanziamento pubblico. Niente male per l’esercito di luminari che avevano impugnato questa splendida cinebiografia leopardiana come esempio di un sistema autoriale non redditizio e inefficace. E invece siamo di fronte a una realtà che ha un comportamento “commerciale” atipico e sorprendente. Un’opera che potrebbe avere mesi di tenitura, un calo limitato di schermi nel tempo, un passapora molto longevo.   Il giovane favoloso, biografia storica ma soprattutto emotiva e creativa di Giacomo Leopardi, è un film splendido. Senza se e senza ma. Sobrio e didattico, ma non didascalico, nel periodo di Recanati, rutilante, appassionato e vibrante nel suo viaggio in Italia che arriva nella Napoli del regista. E lì l’opera, già ottima, diventa capolavoro. Là esce fuori la definizione del poeta come “Kurt Cobain della sua epoca”, udita fuori dall’anteprima al Festival di Venezia.

Aggiungiamo poi Boyhood, trending topic sui social, anche se più debole al botteghino.
Linklater e Martone sono i due indizi che fanno una prova. Con un terzo, la stanchezza della commedia, che ci dice qualcosa di incredibilmente innovativo: chi va al cinema premia il cinema d’autore. Quello oggetto di pezzi ironici di intellettuali disorganici, quello nel mirino di ex ministri, quello indicato come il male del Paese.
Sono due prodotti d’autore di alto livello, anche produttivo. Merito, soprattutto, di registi importanti e cast di fama e di talento. Ma il loro successo spiana la strada, forse, a un cinema indipendente italiano che potrebbe finalmente azzannare una fetta di mercato consistente, invece che rimanerne fuori e accontentarsi di pochissime briciole. E c’è di più: bisogna prendersi grandi rischi per avere grandi risultati. Raccontare Leopardi o fare un film lungo 12 anni, non rimanere avaramente ancorati a pochi stilemi autoreferenziali.
Il pubblico è migliore del paese in cui vive e pure del cinema medio che va a vedere. Migliore di quanto tutti lo abbiano sempre dipinto e immaginato.
Dite che è solo un caso? E allora che diciamo di Munzi e la ‘ndrangheta tra Africo e Amsterdam? Il suo Anime nere è stato l’unica sorpresa positiva degli incassi del settembre scorso.
E non pensate che ad affollare le sale siano vecchi cinefili, ma giovani curiosi a cui spesso si affibbia disinteresse culturale – si dice che Leopardi a scuola non lo studino, ma al cinema lo vanno a vedere -, apatia politica – si dice che la mafia non la combattano, ma vanno a vedere un film durissimo sulla ‘ndrangheta -, scarso livello di attenzione (eppure Linklater sfiora le 3 ore).

Il giovane favoloso, Anime nere e Boyhood non possono essere un caso. Il tanto bistrattato pubblico ci chiede un cinema migliore. Alla sua altezza. “Se il pubblico risponde in questo modo – dice Degli Esposti –, se le sale si riempiono di ragazzi entusiasti di scoprire Leopardi, significa che gli italiani sono migliori del cinema che si offre loro, e che a noi produttori tocca una grande responsabilità di scelta. Che nasconderci dietro ‘ciò che il pubblico vuole’ per offrire al ribasso cinema e televisione mostra la corda quando ci troviamo di fronte a esiti epocali quali quelli di un progetto ‘impossibile’”come questo”. Ha ragione questo produttore da sempre capace di intuire i gusti del pubblico e con la raffinatezza giusta per puntare sugli autori. Che i giovani autori indipendenti si diano da fare e che i produttori facciano come le major americane agli albori della New Hollywood: in tempi di crisi, puntino su forze fresche, progetti rischiosi e qualità. A volte funziona, persino in Italia.