Il peccato originale del festival di Roma, la politica

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festival-di-roma-557x262-sollazzoÈ finito il festival di Roma. Alcuni di voi, forse, a dirla tutta, non si erano neanche accorti che fosse iniziato.

E il problema è tutto là. Nel fatto che chi scrive, free-lance da sempre e quindi costretto a frequentare le manifestazioni che gli consentano di fare articoli e quindi di rientrare delle spese, ha preferito saltare il giro questa volta. Pur risiedendo a Roma, infatti, non avevo la certezza di rientrare neanche della spesa dell’accredito stampa (50 euro, piuttosto esoso). Colpa dell’infame mercato editoriale, certo, ma anche di un’offerta sulla carta tutt’altro che irresistibile del Festival.

Che la rassegna dell’auditorium romano sia in crisi, al di là dei dispetti mediatici di un grande giornale, per motivi poco legati alle scelte di contenuti dell’uno o dell’altro, è sotto gli occhi di tutti.
E a poco serve lamentare il calo del budget: siamo a meno della metà degli incredibili inizi (16 milioni di euro ai tempi di Veltroni!), ma rimangono abbastanza per riuscire a costruire qualcosa di solido e importante.
E invece le parole dell’ormai ex direttore Marco Müller, denunciano le enormi difficoltà nel trovare persino un’identità all’evento. Ha confessato, l’ex direttore della Mostra di Venezia, che in tre edizioni capitoline ha provato a fare quello che gli chiedevano. Ed era sempre diverso. E opposto. E il presidente del festival, Paolo Ferrari, ex Warner, ha svelato il segreto di Pulcinella con una gaffe illuminante “vedremo cosa diranno i politici”. Riguardo al futuro. Già, il peccato originale di questa manifestazione, la sudditanza politica. Incredibilmente invocata da alcuni che criticano la gestione attuale ma ora rivorrebbero Goffredo Bettini.
 
Come ripartire? Azzerando tutto? Forse no. Ma rinunciando alla vocazione attuale, al tentativo goffo di giocarsela con rassegne internazionali ben più strutturate. Se chiedete a uno spettatore assiduo della Festa, festival o che dir si voglia, cosa si ricordi di questi nove anni probabilmente vi dirà la compianta sezione Extra, qualche divo, Twilight e Hunger Games.
I primi vanno dimenticati: se va bene arrivano il sempreverde Richard Gere e un Clive Owen in declino. Per le star servono soldi. E in tempi di spending review è pure giusto non pretenderle. Per le grandi saghe adolescenziali, basta aprire la porta ai tour promozionali, come sempre fatto da queste parti.
Rimane però il senso dell’iniziativa. Anche nelle ultime disastrose edizioni – l’ultima esclusa, non avendola vista non posso giudicarla – Cinemaxxi e ora Wired Next Cinema hanno dato un’offerta per quantità e qualità di grande valore. E piuttosto seguite. Se si unissero questi due a Extra, magari scegliendo finalmente la soluzione interna per la direzione (il creatore di quel gioiello, Mario Sesti), forse si potrebbe trovare un nuovo modo di mostrare il cinema a Roma. Più indipendente (le cose più interessanti anche quest’anno sembrano uscite dall’indie italiano, come dimostrano i premi a Gaetano Di Vaio e Roan Johnson), più sperimentale, più piccolo. Perché per crescere, a volte, basta ridimensionarsi. Non badare alla quantità e alle ambizioni, ma alla qualità e alle intuizioni. Quindi budget più basso, meno giorni, meno divi. E chissà che il pubblico romano e italiano, come già fatto con Il giovane favoloso, non stupisca  tutti e mostri di gradire persino di più.
 
P.S.: peraltro il buon Sesti i divi sa portarli eccome. Suo il colpaccio Bruce Springsteen qualche anno fa. E pure da codirettore di Taormina qualche nome dal cappello lo tira fuori.