Gian Ruggero Manzoni, storia di un killer per necessità

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Acufeni, più che un romanzo una lama alla gola

PaladinoIl corpo è stordito di tatuaggi. Sul petto, il cuore sormontato dalla Croce. “Dieu Le Roi”, Dio è il Re, il simbolo dell’esercito vandeano. Gian Ruggero Manzoni è un combattente. Tra i poeti più alti del tempo presente (la sua opera, disseminata in mille edizioni d’arte, transitata anche per il mitico Scheiwiller), nell’ultimo libro, “Tutto il calore del mondo”, edito lo scorso anno da Skira, con acquerelli di Mimmo Paladino, riproduce in copertina, delicato e ustionante, il segno della Vandea.

Una volta l’ho stanato, nella villa austera di Lugo. Sembrava un alchimista, nell’oceanico salone che trasudava ombra. Alternava la cabbala all’avanguardia, Gershom Sholem a Georg Baselitz. Sembrava un creatore di eresie, accese lì per lì, per soddisfare corrotti appetiti di eternità. Fiero della sua «famiglia bastarda, meticcia, mezzo aristocratica», «antica e ramificata», che affoga le sue radici nello stesso ceppo «del famoso Alessandro, de “I promessi sposi”».

In un libro edito pressoché clandestinamente, per Albatros, nel 2012, “I teatranti perduti”, Manzoni percorre l’epica dei suoi avi. Pare un brandello del biblico “Libro dei Re”: un’avida vicenda di morti, di sconfitti e di risorti. Dove barbaglia lo spettro di Piero Manzoni, quello che fece «inscatolare le sue feci in contenitori di latta… la famosa “Merda d’artista”», che andava a casa Manzoni, a San Lorenzo di Lugo, con la band degli amici suoi, Baj, Giò Pomodoro, Ugo Mulas, «era come avere i lanzichenecchi». Piero era cugino del papà di Gian Ruggero, un tizio che parlava con Enrico Berlinguer, «intenditore di libri e di letteratura», di Gogol’ e Calvino, di Tommaso Landolfi e di Puskin. Gian Ruggero ha fatto la guerra al Dams di Bologna, la pula lo becca nel 1977 con una chiave inglese nello zaino.

Carcere convertito in un tot di tempo a disposizione delle forze militari. Si fa una serie di conflitti caldissimi, tra cui la Bosnia. Capisce la morte. E nello stesso tempo, penetra ogni forma artistica: come pittore collabora con la Transavanguardia e Achille Bonito Oliva, partecipa a diverse Biennali veneziane; come letterato costruisce “Il semplice”, insieme a Gianni Celati e ad Ermanno Cavazzoni. Ha scritto alcuni dei romanzi più belli e cupi della letteratura recente, “Caneserpente” (per il Saggiatore) e “Il morbo” (Diabasis). Adesso per Guaraldi, se ne esce con “Acufeni”: più che un romanzo, una lama alla gola, cento pagine che raccontano, con disinibito dolore, la storia di Francesco Costa, un solitario, gravato dalla malattia all’orecchio che dà il titolo al libro, killer per necessità. Il libro, rapido, letale, colmo di frasi folgoranti («Solo con un atto di violenza si riesce a fuggire dalla memoria»), mescola il noir francese al libro del Qohèlet, i paesaggi plumbei di Cormac McCarthy alla parabola di un maestro sufi. Finalmente, la letteratura torna quello che è: un gesto di guerra contro il lettore, un pugno allo stomaco, una croce confitta nel costato.

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27/10/14