Tre Tocchi, cinema e calcio che più maschi non si può

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tre tocchi-557x262-sollazzoE Marco Risi sceglie la strada dell’indipendenza, della marginalità apparente. Per anni ha studiato e provinato attori più o meno giovani, e non lo sapeva. Lo faceva giocandoci a pallone ogni mercoledì e sabato. Con loro ha fatto un’operazione quasi incestuosa, l’autobiografia di mezza dozzina di attori precari, di una generazione d’artisti così in bilico tra la loro arte e le opportunità di lavoro che non arriva mai, da non sapere più chi sono, come testimonia peraltro il monologo, reiterato, che fa da spartiacque tra gli “atti” dell’opera.

Risi trova in Tre tocchi la forza cupa e dirompente di una mascolinità gretta, in cui camerino e spogliatoio si mischiano, in cui improvvisamente puoi commuoverti con Il lago dei cigni ballato da un ballerino fallito e malinconico o da De Gregori e la sua valigia dell’attore che commentano la camminata di uno dei sei personaggi in cerca di un autore, ma ancora di più di un ruolo.

Sono belli, sporchi e piuttosto cattivi questi ragazzi, a volte invecchiati, che vogliono la loro fetta di gloria, che si costringono a umilianti tappe di avvicinamento a una vetta quasi sempre inarrivabile. Ed è difficile strappare la realtà dalla finzione, perché quella rivalità che senti sotto le docce, tu la percepisci anche nel film stesso, in cui gli interpreti, con talento, esagerano, cercano la prova maestra, la frase pronunciata ad effetto, la scena madre. E Marco Risi generosamente gliele concede tutte, come un allenatore che sopporta, anzi supporta, le insistite azioni personali di ogni proprio calciatore. E poi, alla Mourinho, le inserisce in uno schema semplice e preciso, che trova la sua potenza nella verità della storia, nella sua bestialità, spesso sfogata in una sessualità brutale, in una mancanza di grazia che ritroviamo in uno dei monologhi più belli del lungometraggio.

Da molto non si vedeva al cinema un film così maschile, machista e scopertamente maschilista. E meno male, perché non c’è ipocrisia in una storia che si ciba solo di se stessa e non cerca il politically correct.

Il cinema di Marco Risi viene da un passato cameratesco in cui la condivisione è sempre aspra, ruvida, estemporanea. Se gli attori a volte sembrano rifugiarsi nel mestiere, a stupire qui è il regista. Che sembra tornare ventenne, gira con la libertà creativa e estetica che forse non ha avuto mai.
Usa la macchina da presa come un Tarantino che esce e entra dal cinema, in cui al posto di ladri abbiamo calciatori dilettanti e attori falliti e fallibili, in cui i dialoghi sono volutamente pretenziosi e le visioni mai prudenti. Un cineasta che nel suo progetto forse più povero e rischioso, ritrova tutto quel talento spesso rimasto stretto in un cinema civile bellissimo, ma meno foriero di guizzi di genio.

Tre tocchi è un’opera discontinua ma trascinante, anaerobica com’è il calcio, fatta di strappi e pause, di momenti di individualismo e di altri di coralità riuscitissimi. Anche quando i giocatori-attori non si trovano insieme, magari nelle docce d’un centro sportivo. Perché attraverso il montaggio e una narrazione serrata, le diverse piste narrative sembrano (s)correre parallele e vicinissime.

Tre tocchi, sembra anche il consiglio che si dà come regista Risi. Essenzialità e fantasia, in fondo, ti permettono di eccellere nel calcio come nel cinema. Il tocco libero, invece, è da fr… Scusate, ci siamo fatti prendere.