Se il popolo dei multiplex incorona gli One direction

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one-direction-557x262-sollazzoOgni lunedì, da quando è ricominciata la stagione, è la stessa cosa. Guardiamo la classifica del box office, poi scorgiamo i numeri avvilenti accanto a ogni film e parte il pianto greco. Giustificato, perché anche prodotti solitamente efficaci al botteghino vanno a metà della velocità che ci si potrebbe aspettare. Se, per dire, persino Paolo Ruffini con Tutto molto bello va benino, ma non ingrana la quinta come ci si poteva aspettare, il fatto è serio.

Ma, rispetto ai giorni scorsi, abbiamo un elemento in più: il successo inequivocabile degli One Direction. Non sui social, non nella classifica delle hits, ma anche al cinema. Molti di voi, raffinati cinefili, forse neanche sapevano della presenza in sala, in questo week-end, “one shot” su grande schermo, del dimenticabile documentario One Direction: Where We Are. Anzi, non possiamo parlare neanche di cinema del reale, ma di cinema live, nel senso di concerto. Un milione e centomila e rotti euro per gli imberbi teen idol, mentre la Palma d’Oro Il regno d’inverno – Winter Sleep con i suoi 200 minuti infiniti arrancava a poco più di 110.000.

Cosa c’è in mezzo a questo abisso? C’è la battaglia quasi ideologica tra il popolo del multiplex e i nostalgici della mono sala d’autore. Questo fine settimana vedeva, a Roma per esempio, una grande affluenza ai centri commerciali cinema muniti, per ritrovarsi nella comunità dei directioners – tanti minorenni che normalmente evitano il cinema -, e, di contro, tanti erano pure gli ingressi alla mostra su Bresson, con una fauna intellettuale che qualche anno fa trovavi fuori al Farnese (dove un po’ di eroi, o inconsapevoli pasoliniani, si sorbivano Abel Ferrara su PPP), al Nuovo Cinema Olimpia, al compianto Metropolitan.

Cosa succede? Troppo facile considerare questi ultimi una riserva indiana, che cercano nell’arte fotografica ciò che il cinema delle commedie facilotte (attenti a demonizzarli, 15 su 20 dei nostri incassi top arrivano da quel genere, e altri due titoli sono al limite) nega loro. E non possiamo neanche sparare sui fan(atici) della pessima musica di una boyband insopportabile. Perché hanno l’età e anche la cultura degli stessi ragazzini di Genova che ora chiamiamo “piccoli angeli del fango”. Sentite le interviste fuori dalle sale o nelle strade dei capoluoghi liguri: hanno la stessa ingenuità, lo stesso eloquio, la stessa voglia di fare e persino di mostrarsi. Quelli che spendono il loro week-end a vedere un concerto su grande schermo tenutosi all’inizio dell’estate a San Siro, 75 minuti con un backstage inedito, somigliano molto agli studenti di scuola media che con gli istituti didattici chiusi vanno a spalare fango. Per curiosità sono andato a vedere quest’ora e un quarto di starnazzamenti di cinque bruttarelli fighetti e se mi ha annoiato a morte ciò che vedevo di fronte a me, mi stupiva l’entusiasmo ma anche il livello, sorprendentemente alto, di chi mi sedeva accanto.

Il giorno dopo all’Ara Pacis per Bresson mi stupiva il livello non eccelso di molti snob che erano lì per farsi vedere, più che per guardare immagini notevolissime.
E allora? Allora continuano, il nostro cinema, i nostri esercenti, i nostri distributori e pure produttori a non capire i loro popoli. Se Anime nere, che è andato bene, non rimane a portata di mano, costringi i cinefili a rivolgersi a Bresson oppure a rifugiarsi in un Pasolini che sapranno deludente. Se gli One Direction sconfiggono senza se e senza ma registi pluripremiati, ma quei ragazzini che mettono piede in sala per loro non riesci a (trat)tenerli con te, vuol dire che sei preoccupato solo di vampirizzarli, di essere un qualsiasi negozio di quel centro commerciale. E capisci che sa fare più fidealizzazione il punto vendita degli smartphone poche decine di metri più in là che il cinema, che nei multiplex ormai si preoccupa più d’essere bibitaro che momento e luogo di diffusione della Settima Arte.

Smettiamola di sottovalutare il popolo dei multiplex come quello dei cinefili: smettiamo di pensare stupido e immaturo il primo, incontentabile e irrilevante il secondo. Offriamo loro una distribuzione razionale, senza sovrapposizioni, ragionata. Lavori che ne rispettino i gusti e magari li sollecitino, non che blandiscano i “soliti”. Sembra irrispettoso, ma forse la strada non è sfruttare una boyband e poi buttar via il suo pubblico, come non è neanche stampare troppe copie di un’opera compiaciuta che con le sue tre ore e un quarto blocca qualsiasi spettatore per mezza giornata.

Ma forse, la verità, è che ormai nelle sale si guadagna più con ciò che si beve e sgranocchia che con ciò che si proietta. E si sa, i directioners lo fanno in gran quantità, i Canners preferiscono un silenzioso e solenne digiuno. I primi, erroneamente, si pensano cooptabili solo con questi eventi, i secondi sono destinati a un’irrilevanza economica. Visione ottusa e limitata: chiedete alla cassa della mostra su Bresson per credere.