È sempre troppo presto per il cinema indipendente

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take-five-557x262-sollazzoChe rabbia. Un anno per vedere due film molto belli. Italiani. Di genere. Che possono piacere al pubblico – anzi, dovrebbero – e che hanno la forza per giocarsela con titoli più sostenuti produttivamente e distributivamente. E invece – e solo grazie a Microcinema e a un lavoro che cerca di smarcarsi dai soliti schemi – hanno dovuto aspettare 12 mesi uno, 11 l’altro (speriamo) per vedere la sala.

Parliamo di Take Five. Del film di Guido Lombardi, Leone del Futuro a Venezia con la sua opera d’esordio Là-bas, siamo sicuri: arriva nei cinema il 2 ottobre (nello stesso mese, ma del 2013, era stato applaudito al Festival di Roma), “invadendo” la Campania e con una copia al Barberini di Roma. Pochissime soluzioni distributive per un’opera di alto valore – ma così crebbe anche l’ottimo Song’e’Napule dei Manetti -, un film che in scrittura come in regia si “diverte” a intrattenere alla grande lo spettatore, senza rinunciare a citazioni raffinate e inusuali o a un linguaggio cinematografico di livello.

C’è tutto: ironia e azione, dialoghi tarantinian-partenopei, colonna sonora potente, un gruppo d’attori eccellente. Tutti legati a un passato non dissimile da quello dei loro personaggi – hanno alle spalle anni difficili, anche in carcere -, ma tutti, soprattutto, interpreti di grande talento. Dal più famoso, Salvatore Striano, qui capace di controllarsi e non far esplodere il suo istrionismo, mostrando la sua maturità attoriale, a Peppe Lanzetta, uno che ti ipnotizza con la sua bravura. E ancora la presenza scenica di Salvatore Ruocco, fisico e sguardo da KO, capace poi di mostrarti una fragilità insospettabile, il camaleontico Carmine Paternoster, che sa far suo il personaggio, di usare i dettagli di un “costume”, di un look, per diventare altro e giocare su un carisma particolare. E Gaetano Di Vaio, qui anche coproduttore, che è l’equivalente di una bomba, riempie lo schermo con un solo movimento, accalappia la tua attenzione senza che tu te ne renda conto.

Un po’ Iene, un po’ Soliti Ignoti, difficile non amare Take Five. Ma l’ottuso sistema distributivo italiano ha fatto aspettare fin troppo questa piccola grande opera che potrebbe farsi amare ad ogni latitudine. A proposito, un piccolo ruolo in questo lungometraggio ce l’ha una delle nostre migliori attrici – pur se sottovalutata e sotto utilizzata –, ovvero Esther Elisha. Qui donna fatale e opportunista, che usa la sua bellezza come leva per avere ciò che vuole e sa ritrarre un tipo di arrampicatrice sociale che rappresenta il motore della storia. E lo fa con grande bravura, in poche scene.

Molto più spazio ha in Neve. Che doveva uscire a fine ottobre e che ora forse arriverà a novembre nelle sale. Era stato presentato in anteprima a dicembre 2013 al Courmayeur Noir In Festival. Era piaciuto. Ma di 11 mesi è stata la gestazione assurda di un lavoro che meritava più e immediato spazio. Anche qui gli interpreti sono straordinari: la grazia malinconica e fragile di Roberto De Francesco, la ruvida determinazione, altrettanto delicata, di Esther Elisha, appunto, sono il viatico per una storia che si dipana in un noir esistenziale, in un’indagine dell’anima, nella voglia di scandagliare sentimenti caldissimi e ingabbiati, in un ambiente bianco, freddo, ostico percorso con una macchina da presa originale, curiosa, sensibile. Stefano Incerti si è dedicato a questa storia con coraggio e risorse molto limitate, si è fidato di due interpreti di grande valore, ha usato un budget ridotto per avere piena libertà. Tutto quello che vorremmo da un cinema italiano davvero indipendente. E infatti ha confezionato un gioiello.

Ma lo spettatore normale, per vederlo, ha dovuto aspettare un tempo improponibile. Ci lamentiamo che il cinema italiano è tutto uguale? Avete ragione, non lo fanno uscire quello “diverso”, se non fuori tempo massimo. L’unica risposta per ribaltare le cose è andare a vedere certi film, anche se fanno di tutto per farveli evitare.

Il pubblico ha sempre ragione, soprattutto se sa opporsi a chi vuole limitarne la libertà.