I Piatcions: in una parola, psichedelici

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piatcions-557x262-marcellaSenza allontanarsi dal rassicurante background che dagli esordi li ha scaraventati al centro di un’Europa affascinata dai bassi estremi, dalle batterie nervose e dai riverberi onnipresenti, i Piatcions sono al momento impegnati a chiudere l’album destinato a ripresentarli in scena con un nuovo nome: Throw down bones. La band di Domodossola in una sola parola è psichedelia. Ottima psichedelia che – clamorosi risultati alla mano – li ha annoverati tra le migliori realtà del genere degli ultimi anni. Prima di loro, soltanto gli storici gruppi inglesi della fine dei sixties, ai quali i Piatcions hanno giurato estrema devozione.

C’è Londra al centro del successo della formazione triangolare composta da Francy (voce e fuzz guitar), Dave (basso) e Carellino (batteria). Dopo la partecipazione a un importante festival nel 2009 e un’esibizione nello storico Cavern Club di Liverpool, infatti, la loro reputazione all’interno dell’effervescente perimetro psych si è irrobustita notevolmente. Senza tradire la forma-madre ma fortificandola, i Piatcions non temono alcuna ripercussione sul cambio di nome: «Quando andavamo in giro a suonare il pubblico aveva difficoltà a ricordarselo» – ci dice Dave – «Allora abbiamo deciso un po’ per gioco e un po’ per sfida di ripartire da capo».

Un’avventura, la sua, iniziata con Francy  durante il primo anno di liceo, come spesso accade. Spronati da una passione incredibile, dopo una serie di progetti, i due ragazzi hanno iniziato a concretizzare i loro intuiti musicali e a formare i Piatcions: «Senza batterista e con una formazione incompleta, sette anni fa abbiamo iniziato a scrivere e a proporre i nostri pezzi. Avevamo i dreadlocks lunghissimi e – se pur con un’immagine liberamente ispirata ai Korn e ai Rage Against the Machine – ci piaceva andare a scavare nelle iconiche sonorità degli Hawkwind e degli Animals».

Il rock psichedelico contemporaneo? «Sembra più che altro una moda. Negli anni Sessanta era stimolo di cultura e ricerca, negli anni Ottanta è stato un revival contro gli stimoli dozzinali. Oggi è tutto sintetico. La musica è commerciale, banale, stupida, adatta ai cervelli usurati e rimbambiti. Quando ci siamo inoltrati in questo genere eravamo gli unici insieme a pochissimi altri a prendere le distanze dalla massificazione». Dunque, Londra e il clamoroso successo fuori dai confini nazionali. «Perché in Italia purtroppo eravamo dentro una nicchia riservata a pochissimi appassionati del genere. Gli altri non comprendevano, è come se avessero bisogno di altro».

Nessun bisogno di essere profeti in Patria? «Sarebbe bello. Crediamo sia giusto creare qualcosa di serio in Italia. Non siamo mai stati né lanciati né abbiamo mai voluto lanciarci all’interno di un sistema povero di risorse come quello italiano che mai darà le soddisfazioni che dà quello estero. Quando presentiamo il disco a casa nostra avvertiamo, ovviamente, un caldo piacere inedito. Non siamo nazionalisti e mai lo saremo, ma ci piacerebbe che in Italia si spianasse seriamente una strada per lo sviluppo di nuovi progetti musicali che consentano a tutti di ritrovarsi per fare musica seria. Noi, ad esempio, abbiamo avuto una fortuna enorme. Non possiamo ambire a qualcosa di più di quel che abbiamo già ottenuto iniziando da Londra, non dall’Italia (purtroppo)».