Fabio Novembre: “L’architettura è femmina, contiene, come la donna”

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Ci racconti un episodio OFF dell’inizio della tua carriera, un aneddoto particolare degli anni della gavetta?

Vorrei sapere che cosa intendi per OFF, perché è una parola scivolosa…

ilgiornaleOFF si occupa degli artisti italiani che nessuno racconta, artisti di grande livello che lavorano nell’underground italiano, quindi gli episodi OFF sono quegli eventi, spesso simpatici o imbarazzanti, che capitano agli artisti all’inizio della carriera, durante la gavetta…

Fabio-Novembre-by-Orlando-Salmeri-1-620x420OFF tante volte è una scelta, è l’underground, però ti assicuro che qualsiasi artista underground vorrebbe avere un’audience più mainstream. È uno strano equilibrio su cui ho sempre ragionato e sono arrivato alla conclusione che l’artista che riesce a sintetizzare le due vocazioni è David Bowie. In un mio lavoro ho messo i suoi occhi di colore diverso come l’uomo nuovo. Per me è fondamentale sintetizzare la vocazione underground, il linguaggio sofisticato con la voglia di arrivare a un pubblico sempre più vasto. Puoi avere una sensibilità e un linguaggio che ti sembrano non comuni, ma vuoi parlare a tutti, vuoi trovare una frequenza di comunicazione che arrivi a qualsiasi ricevente, è la vita!

Dopo la Laurea in architettura sei andato a vivere a New York: l’hai fatto perché è ancora la grande attrazione degli architetti e dei designer, è ancora la città del futuro? Oppure oggi c’è un’altra città?

New York è l’attrazione di tutti, è un pentolone kennediano, è il melting pot, c’è un’energia pazzesca. Il fumo che esce attraverso i tombini dal sottosuolo forse è veramente quella pentola ribollente di JFK. È ancora l’ombelico del mondo per moltissimi aspetti, è una città che ti chiede di pagare un pegno di energia altissimo, se hai tanto da dare ci puoi andare, altrimenti molla il colpo! Io avevo tantissimo da dare e mi sono trovato da Dio. È una città che credo non abbia ancora eguali, a New York ti senti veramente al centro del mondo.

Quanto è simile alla città futurista che più di 100 anni fa dipingeva Sant’Elia?

È interessante vedere la science fiction prodotto nello scorso secolo perché non assomiglia per niente alla realtà che ci circonda. Forse Tokio è un po’ più simile a una metropoli futurista, la sua astrazione, il suo silenzio, o meglio i suoi suoni controllati. New York è fuori controllo, Tokio è il controllo. È molto difficile rintracciare la metropoli futurista di Sant’Elia, di sicuro non è New York, che è una città macchiata, è Calcutta evoluta; Hong Kong è molto somigliante a New York dall’altra parte del mondo, però la Hong Kong di qualche anno fa, perché adesso si è molto normalizzata, è diventata tutta un centro commerciale… stiamo trasformando il pianeta in un centro commerciale, quello forse è il succo di tutti i problemi!

Che cos’è per te lo spazio?

Elémire Zolla diceva che in architettura la copula è il vuoto, in qualche maniera mi affianco un po’ a questa posizione. Senza il vuoto non esiste il pieno, l’architettura è lo spazio che ci contiene, è un grande utero, è la nostra casa primigenia. Abbiamo un’esperienza dello spazio ‘da dentro a fuori’, pensa a come da feto in crescita abbiamo la percezione di questa sacca che ci contiene. Quella sacca noi la trasformiamo in architettura e vorremmo che instaurasse con noi lo stesso rapporto affettivo. L’architettura non ha niente a che fare con teoremi euclidei e rapporti aurei, sono rapporti affettivi.

Infatti hai detto che l’architettura è donna…

Assolutamente, l’architettura è femmina totale. L’architettura contiene, come la donna. Faccio una considerazione ai limiti dell’hard core: l’uomo è condannato a voler sempre rientrare in una vagina, da cui è originato e nella quale vuole sempre rientrare. È un mito eterno. Una donna, invece, generata anche lei da una vagina, si sente esattamente in equilibrio con l’universo, non ha un’ossessione. L’uomo vive di ossessioni, la donna vive di armonia. L’architettura deve essere più armonia, non ossessione, altrimenti ti ammazza, quindi devi inseguire quell’armonia femminile, devi farti ispirare dalla donna.

Qual è l’oggetto di design più adatto alla contemporaneità, che cosa si può disegnare ancora oggi?

dzn_Nemo-by-Fabio-Novembre-for-Driade-2Non ho queste facoltà di chiaroveggenza, sono uno che si concentra sul presente. Sinceramente non riesco tanto a guardare il futuro, uomini come Steve Jobs erano veramente in grado di immaginarselo, lui vedeva uno schermo piatto e una tecnologia touch e diceva: “Questo sarà una cosa che chiameremo telefonino”. Lo diceva 30-35 anni fa, quando ancora non c’era sentore che tutto questo potesse accadere. Esistono pochi uomini così, io non appartengo a quella categoria, ma mi sono fatto una ragione di come sono. Mi sento un uomo del presente, parola che etimologicamente significa anche ‘regalo’. Tante volte, concentrati a proiettarci nel futuro con nostalgia del passato, non capiamo che viviamo un eterno presente, e che questo presente è un vero regalo. Se riusciamo a interpretare il presente come un regalo e a viverlo in maniera estremamente intensa, tutte le nostre risposte alle continue domande di senso varranno sempre per il presente e non saranno proiettate sul futuro, ed è quello di cui abbiamo bisogno adesso. Sono un uomo del presente perché capisco che è un’energia costante, la fiamma brucia, il calore costante fa crescere.

Gli oggetti sono il segno del presente? I tuoi oggetti diventano un legame per te permanente?

Sono nel presente anche nel senso che sono convinto che ognuno di noi debba testimoniare la propria contemporaneità. La gente che si proietta troppo sul futuro a me per certi aspetti dà fastidio… quando ascoltiamo Beethoven pensiamo alla classicità del suo suono, mentre ai suoi tempi era considerato un disgraziato, era come i Sex Pistols! Quindi dobbiamo vivere la contemporaneità, vivere il nostro tempo e testimoniarlo al meglio, è fondamentale per tutti i sedicenti artisti.

Qual è l’oggetto di design che ti ha lanciato a livello internazionale?

Non ne ho uno… ho cominciato a fare interni, mi sono conquistato una grande credibilità con l’architettura di interni e quando sono andato dai grandi produttori italiani – il primo di tutti è stato Giulio Cappellini – sono stato in grado di imporre delle ‘regole di ingaggio’, accettando di disegnare a certe condizioni. Nel 2001, per esempio, ho disegnato un tavolo che ancora oggi fa veramente sorridere, un tavolo di 2 metri per 1 con un piano in cristallo e 175 gambe, di cui 4 portanti e le restanti 171 morbide. Sono estremo nei linguaggi, quindi non si tratta esattamente della definizione classica di ‘design’, ‘forma funzione’, che è un binomio banale che vuol dire semplicemente che il cilindro e il pistone devono essere tarati per funzionare, ma poi tutto questo movimento a che serve? La funzionalità è talmente congenita che diventa banale. Per noi ogni oggetto, ogni azione deve diventare portatrice di contenuto, quello fa la differenza!

Come si stanno preparando Milano e l’Italia in generale a Expo 2015?

In teoria sarei un grande addetto ai lavori, dovrei saperne tanto, eppure non ne so molto. È come se stesse accadendo da un’altra parte, non si riesce veramente a coinvolgere le persone, e lo dico da addetto ai lavori, perché se facessi il panettiere non saprei neanche che nel 2015 c’è l’Expo. È una cosa un po’ strana, lo dico da milanese, è come se non ci stesse riguardando. In Italia siamo abituati a posticipare, a rimandare, è come se questa Expo dovesse arrivare tra tanto tempo e invece è dopodomani, purtroppo è una malattia italiana: non siamo in grado di programmare, siamo dei grandi improvvisatori.

Come rappresenteresti con un oggetto il nostro Paese, la società italiana di oggi?

Sintetizzarli con un oggetto credo sia una “Mission Impossible”, manco Tom Cruise ci riesce! Credo però che la natura, la radice del nostro Paese assomigli un po’ al titolo dell’Expo “Nutrire il pianeta, energia per la vita”. Siamo ancora il Paese del buon vivere, ma specialmente del buon cibo, che non va assolutamente sottovalutato, perché il cibo siamo noi, siamo anche quello che mangiamo. Se c’è un argomento che mette sempre d’accordo destra e sinistra è il buon cibo, nei ristoranti buoni trovi chiunque! Il cibo è un meraviglioso simbolo di fiducia, che è ciò che unisce. Ti arriva del cibo cotto da una persona che è in cucina, potrebbero averci sputato dentro, messo il veleno, fatto qualsiasi cosa, eppure tu ti stai fidando di chi lo ha cotto, di chi te lo porta al tavolo e lo ingerisci, lo fai entrare nel tuo corpo. È un atto di estrema fiducia quello di mangiare in un locale pubblico. Senza arrivare all’estremo dei Re che avevano gli assaggiatori, il cibo è una metafora meravigliosa, ci si fida di tutti i passaggi che lo fanno diventare sostanza per il corpo. L’altro elemento che aggrega tanto – e questo lo capiscono i politici – è la paura; io voglio aggregare sulla fiducia e non sulla paura, in questo senso per me il cibo è fondamentale, è interessantissimo, il mio approccio alla vita è farmi mangiare. Non nego nulla, il mio lavoro mi rappresenta così tanto che dico sempre che dò dei bocconi di me stesso alle persone’, tutto sulla fiducia.

A quali progetti stai lavorando adesso?

Sto facendo un lavoro bellissimo con il Milan, il calcio è un’altra delle mie passioni. Sono sempre stato non tifoso, gioco a calcio nel ruolo di terzino sinistro, amo guardare il calcio giocato bene. Non ho mai tifato per nessuna squadra, però faccio tutti i miei ragionamenti, tirare calci a una sfera, il simbolo della perfezione, ammaestrare il movimento… sono uno che di teoria sul calcio si uccide! Il Milan è un simbolo meraviglioso dell’Italianità, da una recente indagine è emerso che è il secondo marchio di leisure più famoso del mondo e legato all’Italia, dopo Ferrari. Immaginati la potenza di fuoco enorme di un club come il Milan! È interessantissimo intervenire su tutto quello che lo rappresenta: sto lavorando con Barbara Berlusconi, una ragazza meravigliosa, sensibilissima, bravissima, cliente ideale, tra noi c’è uno scambio meraviglioso. Vedrete, la metamorfosi che il Milan subirà in questi anni sarà incredibile! Non c’è niente di più democratico del calcio, che nasce nei club inglesi di Oxford, Cambridge come uno sport per pochi, si giocava con la classe, 10 studenti e il maestro che era il capitano, da lì viene il numero 11 dei giocatori in campo, poi è diventato lo sport più popolare al mondo. È un po’ come l’inglese… abbiamo provato a inventare l’esperanto, una lingua per tutti, e invece no, c’è una selezione naturale ed è la stessa che ha eletto il calcio lo sport più diffuso nel mondo. Sfruttiamo questa diffusione, io voglio essere mainstream, nonostante abbia una radice underground. Voglio arrivare a tutti, voglio scrivere Pinocchio!

Sul calcio hai scritto che la maglia è come la seconda pelle…

In realtà ho messo in pagina i contenuti di un libro scritto da un tifoso bravissimo, ho cercato di dare un senso teorico, ho trovato il titolo, ho fatto la copertina e un po’ grafica interna di raccordo… per me deve essere tutto forte e chiaro, altrimenti il messaggio alla gente non arriva, c’è troppo rumore di fondo. Seconda pelle, il titolo di questo libro sulle maglie del Milan, è esattamente il mio approccio al calcio: non stai giocando da mercenario, devi sentirla quella maglia, che allora diventa la tua seconda pelle.