Ma che Italia manderemo ai prossimi premi Oscar, dopo la vittoria di Sorrentino con la “Grande Bellezza”?

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Gli sguardi e i silenzi più oscuri e meno esplorati nelle relazioni all’interno di una famiglia della sotto-cultura calabrese della ‘ndrangheta. Il freddo ed esasperante cinismo di una borghesia brianzola ricca (molto ricca) che volge le spalle al grido di dolore di un professionista sull’orlo della bancarotta. Il complesso racconto di una storia d’amore impossibile a Lecce fra una fricchettona radical chic e un operaio un po’ buzzurro. Il ritorno alla natura, in una masseria nel Salento, di quattro donne di tre generazioni diverse che cercano, senza trovarla, la soluzione a problemi affettivi ed economici. Il sorriso alienato e sognante dei componenti più giovani di una povera famiglia di apicultori che, in Toscana, rimangono folgorati dall’apparizione di Monica Bellucci, in formato madonna di plastica. L’ansia farsesca di un pianista disoccupato che, a Napoli, viene costretto ad arruolarsi nella polizia mentre la camorra impazza. Le battute e le smorfie di un manager che, in un elegante quartiere di Roma, si ritrova disoccupato con una casa troppo grande da gestire e due figli che non lo rispettano più.Sembrano i dettagli di un quadro di Hieronymus Bosch ma sono solo le trame dei sette film che l’Associazione dei produttori cinematografici italiani ha deciso di far concorrere alla prossima edizione degli Oscar. Si tratta, nell’ordine, di: Anime nere di Francesco Munzi, Il capitale umano di Paolo Virzì, Allacciate le cinture di Ferzan Ozpetek, “In grazia di dio di Edoardo Winspeare, Le meraviglie di Alice RohrwacherSong’e Napule dei Manetti Bros, e di Sotto una buona stella di Carlo Verdone. L’anno scorso fu il trionfo della Grande bellezza di Sorrentino. Il premio Oscar venne assegnato di nuovo all’Italia (a distanza di 15 anni dal riconoscimento a La vita è bella di Benigni) per un film che faceva il verso alla Dolce vita di Fellini.Il prossimo 24 settembre una piccola commissione di produttori ed esperti si riunirà negli uffici dell’Anica per decidere quale film italiano, fra i sette, quest’anno correrà a Los Angeles. I film preselezionati sono tutti, a modo loro, degni di attenzione e hanno avuto ottime critiche, senza eccezioni. Alcuni hanno anche già vinto premi importanti. Non tutti però sono andati benissimo nelle sale. Alcuni di loro poi devono ancora debuttare al cinema. Senza scomodare la teoria dei panni sporchi che si lavano in famiglia (al tempo del neorealismo fu uno dei temi più dibattuti in Italia) resta da chiedersi, come se fossimo in una sorta di paradossale seduta pubblica di psicoanalisi, che tipo di paese abbiamo deciso di raccontare al resto del mondo.
Il nostro cinema (almeno nelle sette pellicole scelte per l’Oscar) sembra aver scelto il territorio della marginalità. Anche nel caso del film di Virzì, Il capitale umano, il vero focus non è rappresentato dai due super ricconi interpretati magistralmente da Gifuni e dalla Valeria Bruni Tedeschi. L’attenzione dello spettatore è tragicamente monopolizzata dalla disperata rincorsa dell’immobiliarista fallito interpretato da Fabrizio Bentivoglio. Il fallimento del sogno, lo scontro con la spietata realtà della vita (e della morte), l’ansia per un futuro che non somiglia mai, neanche per sbaglio, ai nostri desideri, la necessità di reinventarsi a scapito di una tutta una vita spesa a costruirsi una posizione e una dignità professionale, l’incomunicabilità quasi di casta fra classi sociali diverse. Sono questi gli elementi che emergono dai sette ritratti cinematografici del paese che abbiamo deciso di mandare sotto i riflettori della platea internazionale degli Oscar. “Avete scommesso sulla rovina di questo paese e avete vinto”, dice Valeria Bruni Tedeschi alla fine del film di Virzì.Se fosse veramente una seduta di psicoanalisi collettiva, ci sarebbe da preoccuparsi. Sembra un Paese (e una cultura) che non crede più in se stessa. Dicono che siamo in recessione economica ma assomiglia invece sempre di più ad una qualche bizzarra forma di depressione bipolare dell’intero paese. Per fortuna, però, non è una seduta di psicoanalisi. E’ solo cinema. Poi si riaccendono le luci in sale e noi torniamo al nostro lavoro e alle nostre famiglie. O no?