Modesta proposta per rilanciare la letteratura al Premio Campiello. Più libri meno comici che presentano

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Brevi considerazioni sul premio Campiello la cui serata finale, affidata alla coppia Cucciari-Marcorè, si è svolta a Venezia ieri sera, sabato 13 settembre. La serata sarà trasmessa da La7 in differita di ben quattro giorni, il 17. A orario sonnifero: le 23. Buona visione.

Ps. (Giorgio Fontana – il più giovane tra i contendenti, classe 1981 – con Morte di un uomo felice (Sellerio), è risultato il vincitore assoluto a sorpresa di questa 52ª edizione).

La nomenklatura giornalistica, con Vespa, era stata nelle precedenti edizioni sommersa di critiche per eccesso di galanteria verso gli autori e di insensibilità sulla soap commedy del televoto. Dallo scorso anno conduce il duo Geppi Cucciari e Neri Marcorè: il secondo porta gli “avanzi” dell’era dandiniana di Rai3, ormai scioltisi nell’ipocrita democristiana voglia di partecipare all’istituzionalità della prima serata. L’altra rappresenta la maggioranza popolare, che non legge e considera strani i 7 milioni di lettori italiani. Il suo sarà un punto di vista profondo, interiore, quali le problematiche idraulicointestinali noiose durante le diete. A lei spetterà il compito di moderare la superbia che si incontra nelle manifestazioni letterarie, grazie alla naturale vulgaritas regionale. Non mancheranno sul palco, macchiette e sketch dialettali tra scoperte di parentele e reincontri tra paesani, per l’orrore del pubblico in sala e la delizia di quello a casa. E forse così aumenterà lo share, chissà.

La Confindustria Veneto, cui va dato il merito di organizzare e finanziare da 52 anni il premio, tace e tollera. Anch’essa, come il resto della regione, si è trovata costretta a sostenere i nuovi giovani tronfi e vacui di governo, nella speranza di un improbabile calo fiscale. E tutto il resto viene di conseguenza. Teoricamente il Campiello dovrebbe essere luogo di incontro tra impresa e cultura. Invece si ignorano. Tanti degli autori lavorano, anche in posti di responsabilità nelle imprese e quando scrivono vogliono evadere, trattare di un’Inghilterra ottocentesca immaginaria o di un pittore francese del Seicento. Altri vogliono scalare le classifiche e devono scegliere temi di moda: la donna in rivolta contro la violenza, il magistrato vittima del terrorismo e l’inesauribile trito antinazismo.

E’ pur vero che con il 22% dei laureati under 34 , l’Italia è ultima per istruzione in Europa. Non ha però l’anello al naso. Anche avesse voglia, non ama elucubrazioni didattico fantasiose, dove il meglio coincide con i problemi psicologici degli autori. Questi si adeguano per un po’ di notorietà e ospitalità presso le grandi società editrici. Non fanno soldi. Meno di 10, gli scrittori che vivono del 5% del prezzo di copertina dei diritti d’autore: 3 giallisti sopra le 100mila copie e 7 grandi autori sulle 25mila. Una casa editrice è soddisfatta di vendere 7mila copie e considera il minimo le 2-3mila, livello al quale l’autore incasserebbe 2.400 euro lordi. Non a caso le classifiche dei libri non riportano i dati del numero delle copie vendute. Farebbero tutti una figura peregrina. Questo però è l’unico mercato dove il consumatore ha sempre torto, dove la sua preferenza viene censurata. Motivo è l’interpretazione pedagogica della lettura come forma di indottrinamento.

Mentre avanza il digitale, lo status quo premia solo i grandi gruppi presenti in tutta la filiera che del prezzo di copertina possono cogliere il 30% della libreria, il 15% del distributore, il 10% di promozione, il 5% di servizio di deposito, il 40% dell’editore, il 20% dello stampatore (al netto del 4% di Iva e del 5% dell’autore). I big lanciano sul mercato il più alto numero di libri possibile (una volta rispettata la censura preventiva dei temi) perché solo dalla quantità e da altri accessori di corredo vengono gli utili. Industriali, letterati e uomini di cultura, dunque, ripetono che, malgrado i dati, hanno fiducia nel governo democratico. In coro criticano Il Direttore Generale di Mondadori Trade Riccardo Cavallero, perché osa dire l’ovvio (“gli editori non hanno il compito di educare, ma di vendere”) e assolvono all’antiberlusconismo di maniera. Poi si accapigliano.

Chi vuole più soldi per il “Centro per il Libro e la Lettura” cui il ministero dà meno di un milione, quando i francesi ne danno 42 al Centre National du Livre. Chi vuole sostegno alle librerie indipendenti finanziate in Francia per 9 milioni. Chi vuole piani di alfabetizzazione culturale coordinati con scuola e università. Chi difende le Fiere (a Torino c’era più gente quest’anno, circa l’8% in più). Chi vuole i piccoli gruppi militanti di lotta della lettura. Chi vorrebbe trattare delle migliaia di biblioteche. Chi degli e-book e della lettura on-line, che in quanto software soffrono dell’Iva al 22%.

A noi piacerebbe che l’editoria, anche per il bene dei posti di lavoro, si facesse industriale e digitalizzata, pensata per vendere almeno su scala continentale europea, con testi allo start in 20 lingue, magari diversamente adattati. Piacerebbe che le storie, le trame, le fiction scambiassero, di volta in volta, le parti tra santi e diavoli, come è nella realtà. Piacerebbe che tornasse l’opera su commissione.

Così al Campiello l’impresa potrebbe ottenere volumi sulle sue storie, sui suoi successi, sulle sue invenzioni e su i suoi drammi. Lo scrittore ingaggiato sarebbe sicuro del compenso. Confindustria comprerebbe uno stock di opere detraendole fiscalmente per pubblicità. I 400mila politici o coinvolti in politica avrebbero occasione a gratis di leggere di cose che non conoscono. Marcorè, da Alberto Lupo minore, tornerebbe ai suoi sceneggiati e la Geppi a doppiare pesci sardi che sguazzano tra l’acqua. Gli italiani eviterebbero la sorte degli ebrei di due secoli fa, obbligati a pagare i libri del catechismo, dimostrando poi di averli letti.

11/09/2014