Venezia: quando la giuria “odia” il pubblico

0
3

hungry-hearts-557x262-sollazzoNon amiamo dietrologie o tesi complottiste. Quindi non cerchiamo singoli colpevoli o voci di corridoio come ad esempio ha fatto il Corriere della Sera, che ha costretto Carlo Verdone a comunicare, attraverso il direttore Barbera, che mai aveva parlato col quotidiano in questione. Ma è inevitabile cercare una ragione in una delle tante decisioni lontane dal pubblico di una giuria festivaliera (e soprattutto veneziana).

Nulla da dire su Roy Andersson, gioia per cinefili che non aspettavano altro, niente da eccepire al Leone d’oro a un piccione che rifletteva sull’esistenza (il titolo wertmulleriano della sua opera può essere grossolanamente riassunto così), ma è difficile immaginarlo in sala a portare in giro il nome di una Venezia sempre più spesso snobbata dagli americani. Molti si chiedono perché questi scelgano Toronto e ora pure New York. Sono basiti dalla loro volontà di non farsi più spremere al Lido per ritorni modesti. Di incassi e soprattutto di premi.

Ricordate ad esempio quanti ne portò a casa da Venezia Gravity, da quasi tutti considerato uno dei migliori film degli ultimi anni, mattatore alla scorsa edizione degli Oscar? Nessuno. E Birdman di Inarritu, già lanciato verso lo stesso destino? Idem. Avete capito bene, il bamboccione Adam Driver di Hungry Hearts, che ha solo due espressioni nel film di Costanzo (con il bambino denutrito in braccio e senza), non ha battuto solo un immenso Elio Germano ma pure uno strabiliante Michael Keaton.

Per carità, nessuno intende negare la natura della Mostra d’Arte della rassegna del Lido. Nessuno vuole intendere che bisogna strizzare l’occhio a Hollywood. Ma che ci sia una nobile intesa tra pubblico e addetti ai lavori al posto di un autolesionistico elitarismo, tra premi festivalieri (soprattutto per una Venezia che vede una serie contrazione di pubblico e sponsor) e industria che si sforza di fare grande arte. Dopo una selezione di qualità media più che buona, si cade su un verdetto cervellotico. Scegliere piccoli film autorialissimi e piuttosto noiosi non aiuta, parlare ai soli accreditati anche meno.

Quella di Andersson è una lezione di cinema anche piuttosto furbacchiona, che insegue Bunuel e Beckett, e a suo modo va sul sicuro. E se proprio Birdman era indigesto agli illustri giudici, si poteva rischiare con Konchalovskji, il cui Le notti bianche del postino non è meno creativo e geniale del vincitore (anzi) ed è sicuramente più popolare e meno respingente. E non parliamo del fatto che Anime nere di Munzi poteva avere potenzialità commerciali e di sicuro possedeva i requisiti artistici per il colpo grosso.A volte il coraggio è sforzarsi di cercare il pubblico elevandolo: prendiamo Sacro GRA, il cui trionfo ha portato al documentario il grande pubblico, con incassi notevolissimi per il genere (non a caso il presidente era l’audace e visionario Bertolucci).

Ma a Venezia questo scherzo capita spesso (e non solo: si pensi alle quattro ore d’oro di Lav Diaz a Locarno 2014): Buongiorno, notte di Bellocchio si vide battuto dal punitivo ma bello Il ritorno di Zviagintsev. E non parliamo del Faust di Sokurov, solo tre anni fa, letale per molti in sala, che si addormentarono inesorabilmente. Per poi applaudirlo.

Forse era sbagliato anche il metodo Müller, che faceva uscire comunicati in cui si misurava il valore della rassegna con il numero delle nomination all’Oscar, ma in un momento così critico per i grandi festival, per il cinema, per le sale forse si deve essere più maturi e lungimiranti nelle decisioni.