Andrea Basiricò, astrattista per necessità

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Autodidatta, acuto osservatore della realtà, esprime la voglia di vivere attraverso il colore che diventa segno e poi forma

di Paolo Fontanesi

La ricerca artistica di Andrea Basiricò è un percorso verso il centro del cuore. Un paradosso romantico per un pittore, scultore e anche musicista, che ha scelto con rigore di essere astratto, nella forma e non solo nel colore, attraverso un gesto pittorico ripetitivo, fatto di linee multiformi orizzontali e verticali, le quali danno origine alle sue composizioni su un fondo generalmente uniforme. Prediligendo da sempre colori celesti, bianchi o a volte violacei.
Questa ripetitività gestuale è soltanto apparente, perché Basiricò non sceglie formule di convenienza, ma insegue il piacere e la necessità di dipingere per esprimersi. Preferisce dipingere più che parlare. Preferisce raccontare il suo passato e le sue esperienze pregresse attraverso l’uso della forma, del colore, più che della parola. Essendo un artista autodidatta, dipinge per amare le cose, gli oggetti, le forme attraverso una ossessione che riesce a reprimere con il tumulto di forme, colori, segni, nel quale si avverte la traccia di un’immagine perduta, fiori, boschi, colline, con l’avvertimento del mutare delle stagioni e dell’ora del giorno. Poi i casolari lontani e le colline, panorama consueto e amato, accendono fermenti, stimolano racconti segreti: ne escono, con l’efficace denominazione dell’artista, paesaggi animati, spazi animati, strutture animate, segni animati.

Basiricò elabora dunque un’astrazione senza memoria e del tutto improvvisata: l’artista non ha né scuola né maestri. Però è un attento osservatore del passato e delle cose belle. Frequenta i mercatini dell’antiquariato da cui trae fonti di ispirazioni e riesce a rianimare oggetti abbondati e perduti: chiavi, serrature, rubinetti, maschere, cartoni, frammenti di ceramiche. Soggetti che ritroviamo poi nei suoi quadri e che danno un significato attivo alla composizione. Prevale una visione da poeta, perché l’artista è solito associare ad ogni quadro una poesia, come nelle opera dedicata a “Leonardo”, nella “Città degli angeli” e in “Luci di poesia”. Sono opere, queste, molto eleganti, sublimate da un astrattismo euforico che lascia ampia libertà all’immaginazione dell’osservatore, rapito da campiture cromatiche distese a fasce sulla tela. Vere e proprie emozioni liriche, turbate da un compiacimento formale nella libertà del segno, che persegue una ricerca di essenza, stabilendo tensioni tra la superficie e le linee, con esiti rarefatti e misteriosi. E dove la forma origina dal colore.

29/08/14